Numeri da guerra: più di 600 morti sul lavoro da inizio anno. Non sono incidenti ma omicidi

Construction worker has an accident while working on new house

di Lorenzo Vagni

Negli ultimi giorni sono state numerose le notizie di morti sul lavoro in Italia. Ieri (6 settembre) a Settimo Milanese a perdere la vita è stato un operaio di 42 anni dipendente della Stuani, schiacciato dal braccio meccanico di un tornio. Martedì ha perso invece la vita l’operaio di 29 anni che il 2 settembre a Roccavione era rimasto schiacciato da una pressa in una cartiera. Solo il giorno prima (il 1° settembre) avevano perso la vita in una sola giornata ben 3 lavoratori: due lavoratori (di 54 e 61 anni) a Lucca, precipitando da una gru mentre installavano delle luminarie, e un operaio di 34 anni a Mornico al Serio, dipendente della Ravago Italia, schiacciato da sacchi di materiale che lo hanno soffocato. Infine il 31 agosto una bracciante agricola di 39 anni è deceduta a Ginosa per un malore e un operaio di 36 anni a Pomezia è morto battendo la testa a seguito della caduta da un tetto.

Questa tragica lista potrebbe proseguire a lungo: infatti, stando ai dati INAIL, dal 1° gennaio al 31 luglio 2017 sono avvenuti ben “591 incidenti mortali sul lavoro”, con un aumento percentuale del 5,2 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Inoltre nello stesso periodo temporale, 380.236 persone hanno subito infortuni sul lavoro, con un aumento dell’1,3 % rispetto al 2016. Queste cifre sono peraltro inferiori a quelle reali, riguardando solo le denunce pervenute all’istituto.

È inoltre da considerare il fatto che l’alta mortalità sul lavoro non sia un fenomeno solo italiano: sebbene l’Italia sia al di sopra della media europea per quanto riguarda la percentuale di morti sul numero di occupati, il fenomeno è generalizzato a livello internazionale, con picchi in percentuale che superano il doppio di quella italiana.

L’elevato numero di vittime sul posto di lavoro è dovuto ad una intrinseca tendenza da parte delle imprese capitaliste, ovvero la volontà di aumentare i profitti: questa volontà non produce soltanto ripercussioni sul piano salariale, ma anche per quanto riguarda la sicurezza dei propri dipendenti. Le “morti sul lavoro” non si possono pertanto considerare degli incidenti, delle fatalità, e le cifre che periodicamente vengono fornite come statistiche, rappresentano il dato reale di una guerra in cui per i datori di lavoro è più economico uccidere dei lavoratori, invece che prendere le adeguate e necessarie misure per la loro sicurezza. Una delle principale cause è infatti l’inosservanza delle norme sulla sicurezza da parte delle imprese, che per aumentare gli utili ricorrono a materiali e attrezzature non a norma, mancanza di serie misure di prevenzione (costi improduttivi per i padroni), o non provvedono ad un’adeguata formazione del personale alla mansione assegnatagli. Tuttavia, se da una parte l’utilizzo esteso delle moderne tecniche di antinfortunistica potrebbero rendere considerevolmente inferiore il numero degli incidenti, e di conseguenza dei decessi, sul lavoro, vi sono altre importanti considerazioni da fare: i provvedimenti presi dai governi in materia di lavoro, tra cui il Jobs Act, che rendono più facile il licenziamento e istituiscono forme di lavoro sempre più precarie e flessibili, portano i lavoratori ad essere costantemente sotto la minaccia del licenziamento da parte delle imprese, e quindi ricattabili; in queste condizioni, per non perdere il posto, i dipendenti accetteranno di lavorare in condizioni di minor sicurezza (ad es. manovrare macchinari con i sistemi di sicurezza disattivati, assenza di protezioni ecc.) e con ritmi e orari di lavoro più pesanti in nome della produttività e redditività dei padroni. Lo stesso discorso vale per i lavoratori assunti a nero, che spesso rimangono coinvolti in incidenti non denunciati, e quindi non considerati nelle statistiche ufficiali. A questo si aggiunge anche l’utilizzo del caporalato, in particolare nei cantieri e nei campi, e del subappalto che incrementano i rischi per la sicurezza dei lavoratori in proporzione al peggioramento delle condizioni di lavoro, così come l’aumento dell’età lavorativa, specie nel caso di mansioni di maggiore fatica, incrementa la probabilità di subire infortuni o di accusare malori.

Questo avviene nell’assoluta complicità degli organismi statali preposti al controllo del rispetto delle leggi di sicurezza, che tra depenalizzazioni e mancanza di controlli, sia per i casi di corruzione padronale dei funzionari (di per sé già pochi) che per la complicità anche dei sindacati collaborazionisti in alcuni casi, trasformano queste norme in pura formalità. La realtà è che il principio che guida i capitalisti è che i lavoratori sono merce da cui estrarre il maggior profitto possibile, ciò regge e domina i rapporti di lavoro, pur regolati da un contratto e con la formalità delle leggi. Il capitale uccide nella “legalità della legge del profitto” con le istituzioni e governi padronali, gli organismi imperialisti, a garantire le condizioni migliori per i padroni creando un ambiente di lavoro sempre più funzionale alla reddittività del capitale, che non deve esser messa in discussione, limitando fortemente anche il diritto di sciopero. Per questo motivo, a ragione, bisogna parlare di omicidi che hanno un sigillo politico nelle politiche antipopolari che spezzano i diritti del lavoro, che aumentano lo sfruttamento nei luoghi di lavoro, con infinite ore di lavoro in condizioni sempre più miserabili, con salari da fame (se non gratuito) e sotto il terrorismo padronale.

In questo contesto, le parole di rammarico per le morti sul lavoro da parte di esponenti politici borghesi quali Sergio Mattarella o Giuliano Poletti rappresentano una vuota retorica, quando nel frattempo i governi portano avanti misure sempre più filopadronali e a scapito dei diritti dei lavoratori rimuovendo tutto ciò che “limita” la reddittività del capitale a cui viene consegnata anche la salute. Ogni tentativo di migliorare le condizioni nei luoghi di lavoro risulterebbe un mero palliativo, fintanto che la sicurezza dei lavoratori rimarrà subordinata alle logiche del profitto.

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