La politica incendiaria: le cause, gli esiti e le proposte dei comunisti

*di Alessandro Sergio

In questi giorni d’estate stiamo assistendo all’immane tragedia che sta colpendo il patrimonio boschivo di tutta Italia, tragedia che si traduce nella perdita – dall’inizio dell’anno – di oltre 120 mila ettari di patrimonio boschivo del nostro Paese, ovvero il 251% in più rispetto allo scorso anno, senza contare che il 30% della superfice colpita dagli incendi rientrava nelle aree aree di valore naturalistico e zone di protezione speciale.

Come siamo arrivati a questo punto ?

Riteniamo che le cause siano molteplici e per comprendere la situazione occorra partire da molto lontano.

Dal 1992 al 2012, secondo l’Inventario Nazionale delle Foreste e dei serbatoi di Carbonio dell’ex Corpo forestale dello Stato, il patrimonio boschivo aveva visto l’aumento di 1,7 milioni di ettari, raggiungendo così oltre 10 milioni di ettari di superficie, con 12 miliardi di alberi che ricoprivano oltre il 30% dell’intero territorio nazionale.

Questo vistoso incremento, se da un lato è un indice importante – in quanto le foreste rappresentano una naturale funzione di difesa idrogeologica, di conservazione e tutela della biodiversità, della produzione di legname, della mitigazione dei cambiamenti climatici in atto e dell’assorbimento del carbonio – dall’altro, l’inarrestabile avanzata dell’indice di forestazione il più delle volte è sinonimo di abbandono di politiche mirate alla gestione del patrimonio boschivo, anche perché, com’è sua natura, la sua avanzata tende all’incremento di terreni incolti e all’impossessarsi dei prati d’altura, sottraendo così le superfici calpestabili destinate agli animali da pascolo: il tutto si traduce in termini di decremento di capacità produttive.

L’aumento della superficie boschiva che sfugge alle opere di mitigazione – incrementando il rischio dell’accumulo di legno morto facilmente infiammabile – rende il sottobosco sempre più spesso impenetrabile per le operazioni di contenimento di incendi, ossia proprio ciò che sta accadendo in questi giorni nel nostro Paese – e non è un caso che, a fronte della crescita del patrimonio boschivo, negli ultimi anni siano andati in fumo circa un milione di ettari di superficie boscata: un’estensione superiore a quella dell’Abruzzo.

Vi sono poi gli effetti nefasti della Riforma Madia e l’azione di taluni politici che svolgono un ruolo determinante in questo disastro di immani proporzioni.

A decorrere dal 1° gennaio 2017 dei circa 8.000 agenti del Corpo Forestale rimasti in attivo, solo il 5% di essi è confluito nel Corpo dei Nazionale dei Vigili del Fuoco; un altro 15% è stato destinato alla pubblica amministrazione, mentre il 75% all’Arma dei Carabinieri.

Parliamo in questo caso di circa 6.500 ex-forestali, relegati perlopiù ad iniziative di soffocamento di piccoli fuochi – «solo se muniti di mezzi idonei allo scopo e di adeguati dispositivi di protezione individuale» – che hanno perso così ogni possibilità di impiego per le operazioni di spegnimento.

Ironia della sorte, dunque, gli ex-forestali sono oggi costretti primariamente alla mera segnalazione della presenza di focolai d’incendi.

Dunque, un accorpamento che fa “acqua” da tutte le parti, ritenuto perfino incostituzionale secondo le prime sentenze scaturite a fronte di oltre 2.000 ricorsi (per il TAR dell’Abruzzo il suddetto accorpamento violerebbe la Costituzione per gli artt. 2, 4, 76, 77).

Insomma, a fronte di un risparmio complessivo – circa 122 milioni di euro per il triennio 2016-2018 – promesso dalla Riforma, si è scientemente permesso che il prezioso patrimonio boschivo dell’Italia  (soprattutto della Sicilia, della Calabria e della Campania per ordine di  ettari persi) bruciasse ininterrottamente per giorni.

Al 30 luglio, ben prima che l’emergenza raggiungesse il suo acme, la sola Campania ha perso ben 13 mila ettari di boschi, la metà dei quali nel solo salernitano, relegando così alla Provincia l’infausto primato per ettari distrutti in Italia nel 2017; e parliamo tra l’altro di una Regione che nel solo 2015 vedeva incrementati del 49% gli incendi rispetto all’anno precedente.

Quanto avvenuto, ad esempio, per il Parco del Vesuvio, dimostra chiaramente che se si fosse svolta una corretta manutenzione e pulizia dei sentieri con la commistione di una vigilanza attiva del territorio, si sarebbero facilmente arginati i focolai che hanno interessato la zona.

Dunque, il fenomeno della soppressione degli incendi boschivi, avrebbe dovuto – per legge – riguardare non solo la fase di spegnimento degli stessi, ma in particolar modo la fase di prevenzione e di manutenzione dei sentieri e di supervisione del territorio.

Detta senza giri di parole: i compiti andrebbero fatti a casa.

Le Regioni sono infatti tenute per la Legge 353/2000 e per l’art. 117 della Costituzione alle attività di previsione e di prevenzione degli incendi nei territori di competenza. In un documento ufficiale, datato 5 luglio 2017, firmato dal Direttore regionale dei Vigili del Fuoco «la Regione Campania, più volte sollecitata, ha rappresentato la propria indisponibilità alla stipula di una convenzione che preveda il coinvolgimento dei Vigili del Fuoco nelle attività di lotta attiva e prevenzione degli incendi boschivi».

Tutto questo accadeva prima e durante il periodo di massima pericolosità per gli incendi, che di norma va dal 15 giugno al 30 settembre.

Solamente il 21 luglio, in piena emergenza, veniva approvato il “Piano Aib” (Anti incendi boschivi) previsto per il 2017.

Il “Piano Aib” è un modello di intervento «predisposto allo scopo di definire i compiti ed i ruoli dei soggetti istituzionali del sistema integrato regionale di protezione civile che assicurano il concorso all’attività di previsione e lotta attiva degli incendi boschivi e di interfaccia urbano-rurale e alla gestione dei rischi derivanti».

Nonostante lo stato di emergenza in cui versava la Campania, nonostante la Regione fosse stata più volte sollecitata alla convezione per il coinvolgimento del Corpo dei VVF nelle attività di lotta attiva degli incendi boschivi e nonostante le attese di riscontri derivanti dallo smantellamento del Corpo Forestale, c’è stato il sordido tentativo di risparmiare sui costi: infatti, i 600 mila euro dichiarati da Vincenzo De Luca per gli straordinari da corrispondere non sono comunque risultati sufficienti a fronte dei 920 mila concordati con il Comando Regionale dei Vigili del Fuoco.

Tutto ciò mette ben in chiaro quale sia il peso delle responsabilità politiche ed istituzionali.

Le ombre non possono che ricadere anche sulla gestione della flotta dei canadair e degli elicotteri; infatti seppur la flotta appartenga allo Stato, la gestione risulta essere in mano ai privati.

L’Antitrust dal marzo di quest’anno ha ipotizzato una spartizione collusiva e anticoncorrenziale negli appalti tra le sette società (sei italiane, più una britannica con capitale spagnolo) che gestiscono i mezzi antincendio; un vero e proprio cartello che, di volta in volta, affiderebbe gli appalti ora all’una, ora all’altra società, tramite ribassi risibili. Ovviamente, tra le gare in odore di turbativa d’asta, allestite e svoltesi a livello nazionale e da dieci amministrazioni regionali dal 2009 al 2016, figurano anche le regioni Sicilia e Campania (la cui somma per ettari bruciati ammonta al 50% del totale nazionale).

La cosa che poi lascia interedetti è che l’Italia è il Paese dove 7 regioni su 20 (Abruzzo, Basilicata, Marche, Molise, Puglia, Sicilia e Umbria) ovvero il 35% del territorio nazionale, non sono munite di alcun aereo o elicottero per spegnere i fuochi – e addirittura è stato necessario ricorrere all’aiuto di 4 canadair provenienti da Francia e Marocco –, mentre nel  Paese,  solo dal 15 Giugno al 12 Luglio sono state 430 le richieste d’intervento di concorso aereo per il contenimento degli incendi.

Se pensiamo che erano state “solo” 308 nello stesso periodo del 2007, annus horribilis per i boschi italiani, con oltre 10.000 roghi, allora abbiamo chiaro di quanto sia devastante la situazione.

Lo svolgimento degli appalti dati in gestione ai privati per l’espletamento del servizio aereo di antincendio boschivo è un meccanismo di pura natura capitalista, specie alla presenza di tutte le criticità e le congiunture del caso che hanno operato simultaneamente in queste settimane.

Giusto per fare un esempio: il prossimo febbraio scadrà il contratto (di durata triennale, stipulato nel 2012 e poi prorogato per un ulteriore triennio) per la gestione operativa e logistica della flotta dei 19 Canadair CL-415, stipulato tra il Dipartimento della Protezione Civile e dal Raggruppamento Temporaneo della Inaer Aviation Italia s.p.a. e la società Inaer Aviones Anfibios S.A.U. con sede in Spagna, ceduta poi a Babcock International Italia nel marzo 2014 (la Babcock oltre ad operare in Italia, trae profitti tramite trasporti per piattaforme petrolifere di proprietà dell’Eni in Ghana e Mozambico).

Alla luce di quanto detto il Partito Comunista ribadisce che per risolvere questi problemi è necessario rivedere tutta la strategia ambientale nazionale:

  • bisogna mettere al centro un piano per il riassetto idrogeologico del territorio, che miri alla manutenzione ordinaria ambientale delle montagne e del patrimonio boschivo italiano, attraverso lo studio delle tecniche ambientali più appropriate alle specifiche situazioni. Questo appianerebbe, da subito, il rischio sia di incendi che di eventi franosi. Un tempo era quasi impossibile reperire un ramo secco in un bosco, questo perché le foreste venivano coltivate, gestite e controllate; tanto era vero che Victor Hugo e i grandi viaggiatori dell’800 paragonavano i nostri boschi a dei “giardini”.
  • È necessario mettere fine alle concessioni private sia nella gestione del patrimonio boschivo sia nella gestione della flotta antincendio: solo la gestione interamente pubblica, seppur con tutti i limiti attuali, potrà cominciare a garantire minori rischi di “intrusioni” esterne, andando a costituire senz’altro una forma più progressiva di lotta agli incendi rispetto ad oggi.
  • È necessario porre un veto alla vendita di interi pezzi di montagne ai privati – che, a lungo andare, non riescono a sostenere i costi relativi alla gestione –, rimettendo quindi al centro l’azione del pubblico nello sfruttamento di questa grande risorsa naturale.
  • Infine (per una volta) ci viene in aiuto la legge borghese che obbliga i Comuni colpiti dagli incendi a mappare le aree colpite tramite censimento dei soprassuoli già percorsi dal fuoco nell’ultimo quinquennio, mediante aggiornamento annuale. Inoltre, i sindaci devono redigere e aggiornare i piani comunali di emergenza, così come provvedere all’emanazione delle ordinanze di eliminazione di sterpaglie e di pulitura dei terreni. In ultimo, ma non per minore importanza, per la Legge 113/1992, tutti i Comuni sopra i 15.000 abitanti devono provvedere a piantare almeno un albero per ogni nuovo nato, redigendo regolare censimento; senz’altro queste iniziative possono contribuire nei limiti della giurisdizione attuale, a mitigare in parte quell’alterazione dell’equilibrio dell’ecosistema, che non tarderà comunque a palesare i suoi effetti.

Tutto ciò non può che avvenire sotto il controllo popolare e dei lavoratori in modo che il controllo effettivo, che non avviene per motivi specifici, vi sia.

Possiamo affermare che finché gli interessi dei settori privati del capitalismo monopolistico fungeranno da sostegno al meccanismo dell’economia di mercato prevaricando l’interesse della collettività, inutili saranno gli appelli della “politica” volti alla richiesta di incrementare la solerzia e l’operosità delle risorse e delle forze in campo per affrontare simili eventi.

È evidente ed impossibile parlare di totale “messa in sicurezza del territorio”, di agire con cognizione di causa e rigorosità scientifica e orientare le risorse per la tutela ambientale, fino a quando le zavorre degli interessi del potere monopolistico domineranno a scapito delle masse dei lavoratori: le gravi responsabilità della politica borghese a livello nazionale, regionale e locale – che hanno determinato e incrementato i numeri della tragedia degli incendi – lo dimostrano.

Solo il socialismo potrà garantire una vera politica ambientale, che miri alla creazione di posti di lavoro e ad un ambiente salubre per i lavoratori stessi.

*Segretario della sezione di Cava de’ Tirreni del Partito Comunista

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