Quella sottile differenza tra Stati Uniti e Corea del Nord.

di Lorenzo Scala

Dal 6 al 9 agosto del 1945 l’umanità intera già devastata dal secondo conflitto mondiale, in atto ancora per poco, si fece testimone di un evento epocale che avrebbe ben presto aumentato esponenzialmente il potenziale distruttivo della guerra in sé e incarnato le paure di molte generazioni a venire. Su decisione del presidente degli Stati Uniti di allora, Harry Truman, per la prima volta nella storia furono utilizzati degli armamenti atomici su un paese, il Giappone, già allo stremo, costando la vita a decine di migliaia di civili inermi. Un atto gratuito presentato dagli Stati Uniti come necessario alla resa definitiva del Giappone, ma che una parte cospicua della storiografia corrente, anche occidentale, continua a vedere come un mero avvertimento all’Unione Sovietica, alleata dei paesi capitalistici occidentali nel contesto della guerra ma che in quei mesi tornava ad essere l’obiettivo principale dell’imperialismo, non essendo riuscito quest’ultimo, negli anni precedenti il 1939, a soffocare il primo stato socialista della storia servendosi dell’espansionismo hitleriano.

Da allora l’esercito nordamericano non ha mai più lasciato il Giappone e oggi, al 72° anniversario del bombardamento atomico di Nagasaki, gli Stati Uniti non sembrano aver fatto ammenda dei propri crimini e continuano con disinvoltura a minacciare la pace internazionale. La portaerei statunitense Reagan è infatti ritornata alla base navale di Yosuka, dopo tre mesi passati a largo della penisola coreana accanto ad un’altra portaerei, la Carl Vinson, in quelle che sono state le esercitazioni navali più imponenti messe in pratica da Washington negli ultimi anni. Anche queste ennesime e minacciose manovre militari, come si può ben immaginare, hanno avuto come obiettivo diretto la Corea Popolare, rea di volersi dotare di un deterrente militare ad un’eventuale aggressione statunitense e di portare avanti un programma di sviluppo missilistico proprio per raggiungere questo obiettivo.

Qualche giorno fa il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha invece approvato all’unanimità un nuovo pacchetto di sanzioni alla Corea del Nord in “risposta” ai più recenti test missilistici di Pyongyang, evidentemente non libera di sviluppare il proprio potenziale bellico come lo sono invece paesi affidabili e rispettosi della risoluzioni internazionali come il Pakistan o Israele. In un soddisfatto ed autoreferenziale comunicato del Consiglio di Sicurezza, si descrivono queste sanzioni come le più severe mai applicate alla Corea ed in generale fra le più restrittive di sempre, le quali andrebbero a diminuire le entrate nordcoreane per le esportazioni di un terzo, una cifra corrispondente ad un miliardo di dollari. Dopo le recenti lamentele di Trump sulla scarsa collaborazione di Russia e Cina alla soluzione della “minaccia” nordcoreana, queste sanzioni arrivano invece a testimoniare il disprezzo di tutte le potenze capitalistiche per l’autodeterminazione dei popoli e l’ipocrisia di quel mondo che osa parlare scandalizzato di una popolazione nordcoreana alla fame quando in realtà è lui stesso a volerla affamare in uno sporco ricatto economico molto simile a quello che gli Stati Uniti utilizzarono nei primi anni ’90 per far morire di stenti migliaia e migliaia di bambini iracheni.

Evidentemente tutto questo non è bastato e, come ultimo tassello della guerra psicologica, erano necessarie delle vere e proprie minacce di annientamento fisico. Successivamente a delle indiscrezioni – non confermate – dei servizi segreti statunitensi secondo cui la Corea Popolare avrebbe fatto dei progressi militari tali da poter colpire direttamente il suolo nazionale degli Stati Uniti, Trump ha dichiarato che risponderà, se necessario, con “fuoco e furia che il mondo non ha mai visto”, ricalcando, volontariamente o no poco importa, ciò che disse il già citato Truman dopo il bombardamento di Hiroshima in merito all’eventualità che i giapponesi rifiutassero nuovamente la resa: “ si aspettassero una pioggia di rovina come mai si è vista su questa terra”. Questo parallelismo, suggerito dal New York Times, non è meno inquietante di quanto detto poi dal Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, James Mattis, che ha accennato all’annientamento del popolo coreano nel caso in cui Pyongyang non decida di rivedere le proprie politiche sacrificando quindi la propria indipendenza. Notiamo però una differenza enorme rispetto ai comunicati dissuasivi della Corea socialista, che non hanno mai preso in considerazione fino ad ora l’idea di un attacco preventivo ed unilaterale e hanno sempre espresso la volontà di rispondere con la forza, come suo diritto, solo dopo essere stata aggredita in primo luogo da terzi. Pyongyang chiede agli Stati Uniti di rinunciare non alla propria sovranità ma alla propria politica ostile ed imperialista, mentre Washington, non essendo disposta nemmeno ad interrompere le annuali esercitazioni militari Foal Eagle e Key Resolve, pretende che la Corea del Nord si privi della propria difesa tout court, senza alternative e senza concessioni.

Per quanto i media internazionali possano passare sotto silenzio certe verità, è di facile comprensione che la politica estera del Partito del Lavoro di Corea sia finalizzata a rendere la Corea Popolare inattaccabile in virtù del famoso principio di distruzione mutua assicurata. Il passo successivo sarebbe il concretizzarsi di trattative che portino alla sostituzione dell’Armistizio di Panmunjom – in vigore dal 1953 – con un vero e proprio trattato di pace ed alla denuclearizzazione bilaterale della penisola, soluzioni politiche alla questione coreana che il Nord socialista propone, senza successo, da decenni. L’ostacolo più grande ad un serio processo di pace nella penisola è senza dubbio la presenza di un cospicuo numero di basi militari nordamericane in Corea del Sud e l’influenza che Washington ha presso il governo di Seul, indipendentemente dal colore politico di quest’ultimo. E’ indicativo ad esempio che la cosiddetta Sunshine Policy, politica di distensione inter-coreana promossa agli inizi del nuovo millennio dall’allora governo sudcoreano di Kim Dae Jung, sia fallita non per un cambiamento di linea politica della Casa Blu, ma per l’insediamento dell’amministrazione Bush a Washington, che iniziò fin da subito a minacciare la Corea del Nord di un attacco nucleare preventivo. Nemmeno l’attuale governo di Seul, presieduto da Moon Jae-in e più propenso al dialogo col Nord di quanto non fossero i reazionari Lee Myung- bak e Park Geun-hye, sembra avere voce in capitolo sui nuovi ed inquietanti sviluppi della politica di Trump in Asia. Il recente appello sudcoreano al dialogo, positivo in sé per quanto probabilmente dettato dalla paura di un conflitto in cui la stessa città di Seul rischierebbe la devastazione, rimane inascoltato dagli Stati Uniti. Ugualmente inascoltato è il popolo sudcoreano, che proprio qualche mese fa, dopo grandi e violente manifestazioni di protesta, si è visto installare a casa propria il sistema antimissilistico nordamericano THAAD, ennesimo apporto quantitativo alla già spaventosa militarizzazione dell’area.

Che le parole guerrafondaie di Washington sottintendano una reale intenzione di attaccare la Corea o che siano soltanto proclami atti a rafforzare l’immagine internazionale degli Stati Uniti, la loro gravità rimane enorme, in quanto sono spia di un atteggiamento imperialista di prevaricazione, non preoccupato dall’idea di esacerbare in modo irresponsabile una situazione precaria che potrebbe sfociare in una nuova guerra che causerebbe innumerevoli perdite umane fra il Nord e il Sud della penisola e non solo. Dire che dopo settantadue anni da Hiroshima e Nagasaki l’umanità non abbia imparato ancora niente è riduttivo. La realtà è che fintanto che esisterà l’imperialismo, personaggi come il generale Douglas MacArthur, che durante la Guerra di Corea propose di sganciare dalle trenta alle quaranta bombe atomiche su Pechino e Pyongyang, continueranno a reincarnarsi all’infinito nei Trump di turno.

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