Nuova missione militare dell’imperialismo italiano in Libia

di Lorenzo Vagni

In questi giorni sta andando in scena per l’ennesima volta negli ultimi anni la contesa della Libia da parte degli imperialismi europei. In particolare sono molto attivi su questo fronte i governi di Italia e Francia, che cercano di ottenere una posizione di vantaggio per le proprie imprese nel paese nordafricano.

Mappa aggiornata al 29 Giugno 2017 (Clicca per ingrandire)

Attualmente la Libia è nel pieno della sua seconda guerra civile, in cui il governo presieduto da Fayez al-Sarraj, riconosciuto dall’ONU, controlla Tripoli e i territori circostanti, mentre il generale Khalifa Haftar, insediato a Tobruch, controlla con le proprie truppe la gran parte del paese. Vi sono infine in gioco altre forze militari, tra cui milizie tuareg che controllano il sud-ovest libico attorno alla città di Ghat.

In questa contrapposizione tra forze militari, le principali potenze imperialiste interessate agli sviluppi del conflitto in Libia hanno assunto posizioni diverse: mentre l’Italia ha sempre sostenuto il governo di Tripoli,  come ribadito il 1° agosto dal ministro della Difesa Roberta Pinotti, affermando che «conosciamo e comprendiamo bene la complessità della Libia e per questo lavoriamo […] per dialogare con tutti gli attori locali, ma riconoscendo l’autorità legittima del governo di Tripoli guidato da Serraj», la Francia ha al contrario tramato con entrambe le principali forze in gioco uscite dalla guerra tra bande in corso, fornendo inizialmente aiuti ad entrambe le fazioni contrapposte e indicando recentemente la necessità del coinvolgimento di Haftar nel futuro assetto libico, come espresso da Romain Nadal, portavoce di Jean-Yves Le Drian, ministro degli Esteri francese, secondo il quale «la Libia ha bisogno di costruire un esercito nazionale sotto il controllo civile con la partecipazione di tutte le forze che combattono il terrorismo nel paese, incluse quelle del generale Haftar».

Incontro nel castello di Saint-Cloud, alle porte di Parigi, 25 luglio. Da sinistra, Sarraj, Macron e Haftar

Questa divergenza è dovuta alla necessità delle due potenze imperialiste di difendere i propri interessi economici nella regione: infatti la Francia intende conquistare nuove posizioni in Libia, mentre l’Italia ha la necessità di difendere la propria presenza, che risiede principalmente nell’area della Tripolitania, rappresentata soprattutto dagli interessi petroliferi dell’ENI, prima compagnia operante sul posto pur ridimensionata dopo l’uccisione di Gheddafi. Proprio questi interessi, in parte contrastanti, hanno innescato un confronto sul piano diplomatico, a suon di trattati e accordi con le varie realtà politico-militari libiche: da una parte la Francia, che organizza e modera a

Incontro a Roma tra Sarraj e Gentiloni

Parigi un incontro tra Sarraj e Haftar,  dall’altra l’Italia che stipula un accordo con le tribù del Fezzan, che permetterà di intervenire nel sud del paese per procedere alla formazione del personale della guardia di frontiera libica, e con il governo fantoccio di Sarraj, che prevede l’invio di unità navali nel porto di Tripoli per “operazioni congiunte e coordinate con la marina libica” che sarebbe stato richiesto da Sarraj nell’incontro con Gentiloni a Roma il giorno dopo l’incontro di Parigi, ovvero il 26 Luglio.

Proprio nella giornata di ieri (2 Agosto) la Camera dei Deputati e il Senato hanno approvato a larghissima maggioranza la missione militare navale – deliberata dal Consiglio dei Ministri il 28 Luglio – che avrà durata fino al 31 Dicembre e comporterà il distaccamento iniziale di due navi da guerra dalla missione Mare Sicuro, un sottomarino, droni, quattro o cinque aerei e il coinvolgimento di 700 militari, per un costo di circa 35 milioni di euro. Va sottolineato come lo schieramento dei favorevoli abbia visto l’adesione, oltre che del PD e di NCD, anche di partiti come MDP e FI, l’astensione – che in questo caso equivale al voto favorevole – di FdI, e che M5S e la Lega si siano espressi contrariamente solamente in quanto giudicavano l’intervento troppo blando. Subito dopo il voto è partita alla volta di Tripoli la nave italiana Comandante Borsini e come precedentemente annunciato dal ministro Pinotti le regole d’ingaggio prevedono che “risponderemo al fuoco, sempre e in ogni occasione”.

La definizione dell’intervento nel quadro di “attività di controllo e contrasto dell’immigrazione illegale” nasconde i reali motivi e interessi in gioco, come la spartizione del bottino libico e la ricostruzione del paese distrutto dalla guerra dal 2011. La “questione immigrazione”, in questo caso, viene utilizzata ad arte anche per indurre l’opinione pubblica ad accettare la possibilità di un nuovo intervento italiano in Libia. Il PD si fa principale artefice di questo, con lo scopo di promuovere gli interessi dell’imperialismo italiano appoggiando il governo Sarraj di Tripoli, nel tentativo di contenere l’intraprendenza dell’imperialismo francese nella regione. Tutto questo viene accompagnato dall’ipocrisia di Gentiloni nell’affermare che non si sta “violando la sovranità libica, ma al contrario la si rafforza”.

Non a caso, il 31 luglio Claudio Descalzi, amministratore delegato di ENI, è volato in Libia per un colloquio con Sarraj e Mustafa Sanalla, presidente della National Oil Corporation (NOC), per assicurarsi il mantenimento delle forniture di gas, essendo il maggior fornitore di gas della Libia, e della realizzazione di vari pozzi petroliferi. L’ENI ha un particolare interesse a mantenere una posizione preminente in Libia, in quanto ben il 20% della produzione complessiva di idrocarburi dell’impresa proviene da quel paese.

L’annuncio dell’intervento italiano ha subito provocato la reazione di Ahmed Al-Mismari, portavoce delle forze armate libiche legate ad Haftar, che, dopo aver minacciato ritorsioni, ha accusato l’Italia di portare avanti la missione per «far fallire l’iniziativa francese». Lo stesso Haftar, – che riceve supporto anche da Russia e Cina – come riportato dall’emittente televisiva emiratina Al Arabiya, ha dato nella giornata di ieri l’ordine di bombardare ogni nave da guerra italiana in acque territoriali libiche. Nei giorni scorsi ad opporsi era stata anche la Commissione per la Sicurezza e la Difesa presso la Camera dei deputati libica, legata ad Haftar, definendola una “flagrante violazione della sovranità della Libia” facendo appello alle forze armate “affinché intervengano per tutelarla”.

Il tentativo italiano di essere direttamente presente in Libia non è un fatto nuovo. Già ad oggi infatti, come testimoniato dalle parole della Pinotti riguardo missioni di addestramento in loco, «le svolgiamo già». In Libia è già operativo, ufficialmente, un contingente di centinaia di militari a Misurata supportato da una nave della Marina, mentre al porto di Tripoli è presente un pattugliatore della Guardia di Finanza. Dal canto suo, anche la Francia ha espresso l’interesse nel rafforzare e stabilire una presenza diretta nel paese, avendo Macron annunciato il 27 luglio la volontà di realizzare hotspot in Libia, salvo poi smentire parzialmente tale dichiarazione a seguito di un “cordiale colloquio” telefonico con Paolo Gentiloni.

La contrapposizione diplomatica tra Italia e Francia (nel quale si collega anche la vicenda dei cantieri Stx) è in realtà una corsa dovuta alla volontà dei monopoli nazionali – in particolare Eni e Total – di impadronirsi di un boccone invitante, a tutto svantaggio dei popoli di ciascuna delle nazioni coinvolte. I lavoratori devono rigettare affermazioni sostenute da forze che vedono di buon occhio l’intervento in Libia nel quadro di un cosiddetto “interesse nazionale”, in quanto questi non avrebbero nessun vantaggio se a prevalere fosse l’una o l’altra oligarchia concorrente alla depredazione del paese.

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