Israele uccide ancora. PC Palestinese: «La resistenza è un diritto del nostro popolo»

Il popolo palestinese sta ancora una volta pagando col sangue l’occupazione israeliana. Venerdì scorso la protesta di massa contro le misure prese dagli occupanti sionisti che limitavano l’accesso alla moschea di al Aqsa solo agli ultracinquantenni con l’installazione di telecamere e metal detector nella Città Vecchia di Gerusalemme, è stata violentemente attaccata dalla polizia e l’esercito israeliano uccidendo 4 palestinesi, tra cui un 17enne, e diverse decine di feriti. Migliaia di palestinesi sono scesi in piazza per protestare contro queste misure che dietro il pretesto della sicurezza mirano in realtà a cambiare il sistema che regola i luoghi storici religiosi che vige da decenni. Allo stesso tempo, le forze di sicurezza israeliane hanno scortato gruppi sionisti che hanno provocatoriamente passeggiato nei luoghi vietati ai palestinesi.

In totale sono stati 7 i palestinesi uccisi dalle forze di sicurezza sioniste la scorsa settimana a seguito della crescente tensione nei Territori Palestinesi occupati a cui si aggiungono 42 arresti realizzati nel fine settimana, tra cui un parlamentare e diversi membri di Hamas. Tre coloni israeliani sono stati uccisi invece venerdì come reazione agli attacchi dell’esercito sionista a Gerusalemme Est. L’escalation è proseguita con il lancio di due missili dai territori palestinesi nel fine settimana da parte di Hamas, mentre i carri armati israeliani hanno sparato dei colpi verso bersagli nella Striscia di Gaza del sud.

Allo stesso tempo, le forze imperialiste che sostengono la provocazione aggressiva di Israele, come gli USA e l’Unione Europea, sono apparsi in questi giorni come presunti mediatori per disinnescare la pericolosa tensione nei territori palestinesi occupati. Questa ipocrisia è associata alla promozione dei loro più ampi piani geostrategici in questa critica regione che non hanno nulla a che fare con gli interessi dei popoli.

Le autorità sioniste hanno infine optato per la rimozione dei metal detector dalla spianata delle moschee, dopo le forti proteste e la richiesta della Giordania, che ufficialmente è il custode dei luoghi sacri dell’islam in Gerusalemme, come compromesso in relazione al presunto attentato all’ambasciata israeliana ad Amman, dove l’unica cosa certa è che un agente di sicurezza israeliano ha ucciso due giordani scatenando forti proteste popolari. L’intesa ha permesso così il ritorno in sicurezza in Israele del personale dell’ambasciata e dell’agente accolto come “eroe”. Tuttavia, questo sviluppo non è altro che una manovra tattica che non cambia il carattere della barbara occupazione israeliana né il tentativo di alterare il carattere storico di Gerusalemme. Il governo sionista guidato da Netanyahu, sta prendendo in considerazione infatti altre misure, come la conservazione di numerose forze di polizia intorno la moschea e l’installazione di strumenti altamente tecnologici di sorveglianza e per il riconoscimento facciale. Misure che le autorità palestinesi hanno respinto chiedendone il ritiro: «Tutte le nuove misure israeliane attuate al 14 luglio devono esser ritirate per far tornare la normalità a Gerusalemme, solo così possiamo ricominciare a lavorare sulle relazioni bilaterali», ha detto Abu Mazen, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese a cui è seguita la decisione dei palestinesi di proseguire il boicottaggio, radunandosi e pregando nelle strade circostanti. Pesantemente armata la polizia israeliana ha così effettuato nuove aggressioni contro la folla di pellegrini con granate stordenti, gas lacrimogeni e manganelli causando 45 feriti tra cui una ragazza di 10 anni, nella giornata di mercoledì e altri 96 giovedì durante i festeggiamenti palestinesi per la “vittoria” della rimozione completa di altre barriere e dispositivi di controllo.

Il Partito Comunista Palestinese ha dichiarato che le «quotidiane pratiche di occupazione di Gerusalemme sono parte integrante delle pratiche di occupazione del fascismo in Palestina» evidenziando come le «reazioni alle pratiche quotidiane di occupazione, sia contro la costruzione e espansione degli insediamenti, così come contro la profanazione dei luoghi sacri» sono e saranno la pratica del «nostro popolo fino alla fine dell’occupazione della terra di Palestina, di tutta la Palestina». «Il nostro popolo desidera il mantenimento della rivolta», continuano i comunisti palestinesi criticando coloro che tentano di intrappolare i movimenti palestinesi «nei tavoli delle trattative»: «abortisti di ogni movimento rivoluzionario per il nostro popolo che impediscono l’accumulo di forze e il cambiamento qualitativo e quantitativo dei rapporti di forza» finendo per «condannare le lotte popolo palestinese e la sua resistenza contro l’occupante, la sua sporca violenza e la diaspora». «Affermiamo il diritto del nostro popolo di esercitare la resistenza contro l’occupazione», prosegue la dichiarazione invitando ad ignorare gli appelli «alla calma che vogliono scongiurare la rabbia dei palestinesi» e appellandosi alle fazioni della resistenza nazionale a «restaurare il loro ruolo guida nella lotta» e alla rivolta per cambiare «i rapporti di forza che tendono assolutamente a favorire la potenza occupante, moltiplicando la sua arroganza e azioni contro il nostro popolo a Gerusalemme e al Aqsa».

Al popolo palestinese è giunta immediata la solidarietà internazionale da parte della Federazione Sindacale Mondiale (FSM) che ha dichiarato: «queste restrizioni e divieti costituiscono una grave violazione dei diritti fondamentali del popolo palestinese per cambiare lo status dei siti storici religiosi, mentre allo stesso tempo gli insediamenti israeliani nei territori palestinesi occupati aumentano. Il movimento sindacale mondiale con orientamento di classe estende la sua solidarietà internazionalista al popolo palestinese e chiede la fine immediata di questa nuova aggressione, dell’espansione degli insediamenti, della detenzione e uccisione dei lavoratori Palestinesi in lotta».

Anche il Consiglio Mondiale per la Pace ha espresso la sua condanna all’aggressione israeliana affermando che «la causa principale delle recenti tensioni nei territori palestinesi è l’occupazione continua delle terre palestinesi da parte di Israele e del suo esercito». «Il regime di occupazione – prosegue la nota del WPC – tenta di spostare la base del conflitto in senso religioso, per coprire i fatti reali da decenni. La sofferenza di milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est deriva dall’occupazione delle terre palestinesi, dagli insediamenti israeliani, dalla confisca dei terreni, dal muro di separazione e dall’umiliazione quotidiana dei bambini e famiglie nelle città palestinesi e villaggi da parte dell’esercito occupante» denunciando infine il «governo degli Stati Uniti per il suo pieno sostegno al regime israeliano e altrettanto l’ipocrisia dell’Unione Europea che pretende di prestare attenzione al popolo palestinese, quando in realtà sostiene le azioni di Israele».

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