Ibrahim, ucciso da malasanità e razzismo. Una storia di ordinario capitalismo

(foto di giulio piscitelli) Napoli, manifestazione per chiedere verità e giustizia per Ibrahim

*di Gennaro Nenna

Si è molto parlato nei giorni scorsi di quello che è successo a Napoli a Ibrahim Manneh, giovane africano di 24 anni, residente in Italia dal 2010. Ragazzo brillante e gentile Ibrahim, parlava 5 lingue e dava una mano allo sportello napoletano dell’ex Opg Je So’Pazzo di Napoli per tradurre le informazioni ad altri rifugiati e ai ragazzi appena arrivati nei CAS, i cosiddetti centri di accoglienza straordinaria.

Domenica 9 Luglio Ibrahim comincia ad accusare dolori addominali, si reca all’ospedale Loreto Mare da dove però lo rimandano a casa dopo una sola iniezione, nonostante le gravi condizioni. Nelle ore successive chiede invano aiuto: i suoi amici chiamano un’ambulanza che però non arriva, vengono rifiutati da un tassista perché non aveva “l’autorizzazione”, vengono allontanati da una farmacia di turno e poi dai Carabinieri, alla fine gli amici di Ibrahim portano il loro amico sulle spalle fino alla guardia medica più vicina, lì parte la chiamata decisiva per l’ambulanza che porta il giovane africano al Loreto Mare, ma è tardi.

Poche ore dopo l’arrivo all’ospedale Ibrahim muore per appendicite. Ma non finisce qui, perchè suo fratello e gli amici non hanno potuto ricevere informazioni per quasi 10 ore e una volta scoperta la morte di Ibrahim, non hanno potuto vedere il corpo né parlare con i medici.

Questa di Ibrahim è una brutta storia, una delle tante che il capitalismo ci propone.
Da una parte la sanità napoletana che è al collasso, dall’altra il razzismo strisciante.

La sanità a Napoli, come tutti sanno, è vicina al punto di non ritorno. Numerose sono le segnalazioni da medici, sindacati e operatori. Tanto per dirne una: il responsabile dell’emergenza medica del “Loreto Mare” (dove era stato “curato” Ibrahim) ha comunicato alla Direzione Aziendale di non essere in grado di organizzare il pronto soccorso a causa della carenza di organico infermieristico, in più nello stesso ospedale è già stato necessario chiudere un intero reparto di chirurgia. Una situazione paradossale se pensiamo che nel solo 2015, nella sanità, sono stati sprecati 24,73 miliardi di euro, circa il 22% della spesa totale, pari a 112,4 mld.

Ma questa non è solo la situazione del “Loreto Mare”, ma della sanità pubblica napoletana (e campana) in generale la quale è frutto dei continui tagli al personale e all’attrezzatura che da anni si susseguono prima col governo regionale di centrodestra, con il conseguente commissariamento, e adesso con quello di centrosinistra, dove quest’ultimo (diretto da De Luca) smantella i poli locali al fine di crearne uno solo di eccellenza locale, portando con se conseguenze terribili che di fatto smantellano il diritto alla salute dei lavoratori e dei cittadini più poveri.

Accanto alla malasanità è strisciante il razzismo. Sia chiaro, nessuno dice che Napoli è una città razzista, il fatto di Ibrahim però è lo specchio che anche in una città come Napoli, il rischio della deriva a destra, seppur inconscia, è palese. La cosa poi è aggravata dal fatto che il governo borghese non mette in campo una vera strategia per l’integrazione reale degli immigrati, una strategia che può mettere al centro soltanto la questione del lavoro: Lavorare tutti, lavorare meno, sia italiani che immigrati.

Ibrahim si era integrato bene nell’ambiente dell’ex OPG dando il suo personale contributo senza nemmeno essere pagato, e infatti ha trovato la solidarietà di chi, con lui, lottavano (e lottano) ogni giorno contro le difficoltà del sistema capitalista. Ma è proprio qui che sta la questione di tutto, il razzismo è funzionale al sistema al fine di dividere i lavoratori italiani da quelli stranieri e in questa divisione costruita sull’odio, sull’incomprensione e anche sulla voluta campagna di denigrazione che taluni gruppi politici o di informazione fanno di chi arriva in Italia, il capitalismo taglia i servizi alla persona mentre intorno c’è la guerra tra poveri.

Bisogna rovesciare questa situazione unendo nelle rivendicazioni di una sanità degna di questo nome, del diritto al trasporto, del diritto al lavoro tutti i lavoratori, italiani e immigrati, perchè tutti i lavoratori, siano essi stranieri o autoctoni, sono compagni di classe dalle lotte comuni, indipendentemente dalla nazionalità, dalla razza, dal colore della pelle, dalla religione o dall’orientamento sessuale. Solo così si potrà un giorno smettere di assistere alle storie come quella di Ibrahim, a queste storie di ordinario capitalismo.

Lo dobbiamo a noi, lo dobbiamo a lui.

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