È operativa la base militare cinese a Gibuti

* di Lorenzo Vagni

Anche la Cina avrà una base militare in Africa, verso la quale l’11 luglio delle navi militari partite dal porto di Zhanjiang sono dirette. Questa notizia rappresenta un nuovo passo avanti per l’influenza cinese nel mondo e in Africa in particolare, in quanto mai in tempi recenti lo stato asiatico aveva avuto basi militari al di fuori dei propri confini (l’ultima base stabile cinese all’estero si trovava in Corea del Nord e fu dismessa nel 1958). La base sorgerà nella Repubblica di Gibuti, ed in particolare nella città portuale di Obock, sul golfo di Tagiura, a sua volta affacciato sullo stretto di Bab el-Mandeb, che congiunge il Mar Rosso al golfo di Aden, e potrà ospitare fino a 10000 unità e grandi navi da guerra.

La trattative tra i due paesi si erano aperte nel febbraio 2014, quando, durante un incontro tra Hassan Darar Houffaneh e Chang Wanquan, ministri della Difesa gibutiano e cinese rispettivamente, lo stato africano ha garantito alle navi militari cinesi l’accesso ai porti di Gibuti[1]. Nel 2015 il presidente gibutiano Ismail Omar Guelleh ha annunciato la trattativa per l’installazione di una base militare cinese in un porto strategico di Gibuti, affermando che «i cinesi vogliono proteggere i loro interessi e sono i benvenuti». Nel piccolo stato del Corno d’Africa, grande circa come la Toscana, non sorge solamente la base cinese: sono infatti già presenti basi militari statunitensi (Camp Lemonnier, quartier generale USA in Africa, sede del Combined Joint Task ForceHorn of Africa e del Comando Africano degli Stati Uniti, in grado di ospitare oltre 4500 uomini), francesi (1900 militari), giapponesi (600 uomini) e italiane (fino a 300 uomini), ma vi sono di stanza anche soldati inglesi, olandesi, tedeschi, russi e spagnoli, per un totale di oltre 15000 soldati occidentali (bisogna inoltre considerare come l’apertura della base cinese spingerà le nazioni concorrenti ad incrementare il personale dislocato a Gibuti, e dunque le cifre qui riportate potrebbero rapidamente lievitare).

L’obiettivo cinese di competere quanto a presenza militare nella regione con le altre potenze imperialiste è testimoniato dalle emblematiche affermazioni di Mahamoud Ali Youssouf, ministro degli Esteri di Gibuti, secondo il quale «gli americani hanno qui abbastanza tecnologia, aerei da guerra, droni, da controllare ogni pezzo di questa terra e anche oltre. Perché non dovrebbero avere anche i cinesi diritto di usare queste apparecchiature per preservare e difendere i loro interessi nello stretto di Bab el-Mandeb?». Gibuti rappresenta infatti una posizione commerciale strategica, in quanto posta all’ingresso al Mar Rosso dall’Oceano Indiano, e affaccia su un tratto di mare nel quale transitano il 30% del traffico marittimo mondiale, il 25% delle importazioni di petrolio cinesi e la maggior parte delle esportazioni cinesi verso l’Europa. Proprio a Gibuti, secondo il The Indian Ocean Newsletter, sarebbe in corso la costruzione da parte di compagnie cinesi di un aeroporto a cui la base militare avrà accesso, e il China Merchants Group ha investito 400 milioni di dollari per costruire un porto multifunzionale e sviluppare una zona di libero scambio nella regione attraverso la Dalian Port Company Limited. La Cina ha inoltre finanziato al 70% la costruzione della ferrovia Addis Abeba-Gibuti, assicurando la realizzazione e la gestione iniziale di 5 anni alla China Railway Group e alla China Civil Engineering Construction Corporation, il prestito di 3 miliardi alla Export–Import Bank of China, finanziamenti successivi alla China Development Bank e all’Industrial and Commercial Bank of China e la fornitura del materiale rotabile alla CRRC Corporation.

Non è la prima volta che la Cina manifesta interesse per la regione del Corno d’Africa: è infatti dal 2008 che lo stato cinese invia proprie navi da guerra a pattugliare il golfo di Aden, attorno a Gibuti e Somalia, in quella che è stata la prima missione navale al di fuori delle proprie acque territoriali da 600 anni. Inoltre la Cina è attualmente, secondo il Financial Times, il maggior esportatore mondiale di capitale in Africa[2], con cui commercia per 200 miliardi di dollari l’anno, e da cui importa ingenti quantità di materie prime, tra cui petrolio, bauxite, ferro, cobalto, rame e cromo: a tale proposito la creazione di una propria base stabile nel continente nero implica un’osservazione “in loco” sui propri investimenti.

Nelle relazioni tra Cina e Gibuti non deve sorprendere il comportamento ambivalente della nazione africana nel concedere avamposti militari a stati membri di entrambi i blocchi imperialisti attualmente in competizione: questo comportamento va infatti imputato alla tendenza del poverissimo stato di Gibuti a presentarsi al mondo come “locatore” di pezzi del proprio territorio al migliore offerente, ignorando gli scontri tra blocchi avversi, al fine di ottenere boccate di ossigeno per la propria debole economia, come avviene per le basi militari succitate, che sono state concesse alle potenze imperialiste con contratti di affitto decennali rinnovabili alla scadenza.

Ciò che invece è degno di riflessioni è il cambiamento di strategia internazionale della Cina, che, dopo essere diventata una potenza economica, intende iniziare un graduale processo di trasformazione in potenza militare. Questo salto di qualità è in realtà una necessità dovuta alla sempre maggiore presenza nel mondo di investimenti cinesi. Per fare un esempio, dei circa 2600 soldati in “missioni di pace” delle Nazioni Unite (cifra che il governo punta ad aumentare nel breve periodo a oltre 8000), oltre 1000 unità sono di stanza in Sudan del Sud, stato in cui si trovano ingenti investimenti petroliferi di imprese cinesi, che queste truppe difendono, e ben altre 1400 sono nel continente africano, tra cui principalmente Liberia e Mali.

L’ingerenza cinese in Africa va dunque letta come una strategia imperialistica, e la tendenza alle azioni militari, come d’altronde avviene, in misura ancora maggiore, da parte delle potenze allineate a UE e USA, rischia di portare il mondo verso una guerra aperta, da cui i lavoratori del mondo avranno solo da perdere.

[1] http://english.gov.cn/state_council/state_councilors/2014/09/03/content_281474985552926.htm

[2] https://www.ft.com/content/8e887bdc-04f3-11e7-ace0-1ce02ef0def9

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