G20: tra fragili compromessi, forti competizioni e proteste popolari

*di Salvatore Vicario

Come in occasione del G7 di Taormina, anche il Vertice del G20 ha messo ancor di più in luce le contraddizioni tra i più potenti paesi imperialisti del mondo. Infatti, il Summit Internazionale, realizzato ad Amburgo, Germania, lo scorso fine settimana (7-8 luglio) è stato caratterizzato da un acceso dibattito alla ricerca di compromessi sulla base delle forti competizioni esistenti tra i principali anelli della catena imperialista, mentre fuori dal palazzo in cui si sono rinchiusi i rappresentanti del potere monopolistico internazionale per discutere sui “problemi del mondo” (provocati da loro e dal sistema che rappresentano), è infuriata la protesta di massa conclusa nella giornata di sabato con un corteo anticapitalista partecipato da 76.000 persone, secondo le stime ufficiali.

“Difficili negoziati” nel conclave imperialista su clima e commercio

Nella riunione di due giorni hanno preso parte i 19 più potenti paesi capitalistici (USA, Cina, Germania, Regno Unito, Russia, Francia, Italia, Canada, Giappone, Australia, Brasile, Argentina, India, Indonesia, Messico, Sud Africa, Corea del Sud, Arabia Saudita, Turchia) e l’Unione Europea nel suo insieme, che rappresentano l’85% dell’economia mondiale, i due terzi della popolazione mondiale, un quarto del Pil globale e tre quarti del commercio globale: ma anche la Spagna, Paesi Bassi, Norvegia e Singapore come invitati, la Guinea in rappresentanza dell’Unione Africana, il Senegal per il “Nuovo Partenariato per lo Sviluppo dell’Africa” e il Vietnam per l’Organizzazione per la Cooperazione Economica Asia-Pacifico.

I “difficili negoziati”, come evidenziato dal duro mercanteggio su ogni parola del comunicato congiunto, dove emergono minacce e compromessi fragili tra i partecipanti al Vertice, mettono temporaneamente “sotto il tappeto” i disaccordi rilevando la grande interdipendenza tra le potenze imperialiste e l’intensificazione delle loro contraddizioni. La padrona di casa, la Cancelliera Angela Merkel, aveva dichiarato all’apertura della sessione che si «possono trovare soluzioni solo se si accetteranno le idee degli altri e si troveranno dei compromessi, se conciliamo le rispettive visioni, ma senza arretrare troppo e rinunciare ai nostri principi: possiamo anche dire chiaramente dove abbiamo visioni differenti». E queste si sono ben evidenziate nella due giorni di riunioni.

Le principali questioni sulle quali si sono espresse con maggior durezza le contraddizioni interimperialiste sono state quelle relative al “commercio globale” e sul “clima e energia”. Il governo degli USA, guidato da Trump, al servizio degli interessi di una sezione del capitale americano, ha minacciato misure protezionistiche quali l’imposizione di tariffe sulle importazioni di acciaio provenienti soprattutto da Germania, Cina e Canada, mettendo in rilievo i grandi surplus commerciali (in particolare su acciaio e automobili). Dal canto suo, Junker, Presidente della Commissione Europea, ha controbattuto che «l’Europa è pronta a rispondere prontamente e in modo adeguato” evidenziando che “il protezionismo sarebbe la via sbagliata da prendere». Proprio con questo obiettivo alla vigilia del G20 è stato concordato il nuovo trattato di libero scambio con il Giappone.

Sul cambiamento climatico, gli Stati Uniti confermano il ritiro dall’Accordo di Parigi, che è un compromesso provvisorio dietro il quale si celano i grandi interessi e l’intensa lotta dei gruppi monopolistici attivi nel settore delle fonti di energia rinnovabile, il gas naturale, l’estrazione mineraria, biocarburanti, riciclaggio, automobili elettriche, e dove emerge con forza la competizione, in particolare, con la Cina che vuole la leadership nella cosiddetta “energia verde” sul quale vede una nuova opportunità per convogliare i fondi. Naturalmente, questa feroce competizione su questo nuovo campo di profitti riguarda anche gli altri paesi capitalistici che concordano sull’Accordo di Parigi. Il presidente Xi Jinping ha esortato i membri del G20 a «sviluppare l’integrazione economica e della finanza verde, in modo che il settore finanziario possa portare allo sviluppo dell’economia reale”. Significativa, a tal proposito, è la dichiarazione congiunta dei paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), che condanna il protezionismo promuovendo invece il commercio aperto ed equo e ulteriori impulsi alla «comunità internazionale a lavorare per l’attuazione dell’Accordi di Parigi».

Le dichiarazioni finali esprimono fragili compromessi

Nel comunicato finale sul “commercio globale” è evidente il fragile compromesso sul libero scambio che ha portato ad una dichiarazione in cui allo stesso tempo si afferma la “lotta contro il protezionismo” e la possibilità degli stati capitalisti di attuare misure nella direzione del protezionismo. Così si afferma: «Noi manterremo i mercati aperti notando l’importanza dei vantaggi reciproci del commercio», «i principi di non discriminazione e il ruolo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio” e «continueremo a lottare contro il protezionismo, includendo tutte le pratiche di commercio sleale, riconoscendo il ruolo dei legittimi strumenti di difesa commerciale a questo riguardo».

Sui temi dell’energia e dei cambiamenti climatici, la dichiarazione “congiunta” senza gli USA afferma che l’accordo sul clima di Parigi è «irreversibile» ma allo stesso tempo gli USA hanno ottenuto di inserire un rifermento ai combustili fossili. Gli USA, è scritto, «si impegneranno a lavorare a stretto contatto con altri Paesi per aiutarli ad accedere e utilizzare i combustibili fossili in modo più pulito ed efficiente, e per aiutare a sviluppare rinnovabili e altre “fonti di energia pulita”, data l’importanza dell’accesso all’energia e la sicurezza“. «Prendiamo atto della decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’Accordo di Parigi – precisa la dichiarazione. Gli Stati Uniti hanno annunciato che avrebbero immediatamente fermato il loro contributo nazionale e ribadito il loro forte impegno per un approccio che riduce le emissioni, pur sostenendo la crescita economica e migliorare la sicurezza del proprio fabbisogno energetico».

Riferendosi agli USA, Angela Merkel in conferenza stampa ha dichiarato:«Gli americani vogliono continuare a fornire i paesi in via di sviluppo con il gas naturale e il carbone pulito. Questa è chiaramente una posizione americana non supportata dagli altri». Poco dopo la pubblicazione del testo, il presidente turco, Erdogan, ha minacciato di non ratificare l’”Accordo di Parigi sul clima”, affermando che «a seguito della decisione da parte degli Stati Uniti, la nostra posizione va nella direzione della mancata ratifica da parte del Parlamento», parlando inoltre di una «compensazione finanziaria» promessa alla Turchia al momento della firma dell’accodo, che non si sarebbe ancora concretizzata. Infine, il presidente francese, Macron, ha annunciato che convocherà un nuovo vertice sul clima a dicembre in Francia, due anni dopo l’Accordo di Parigi, apparendo comunque soddisfatto della dichiarazione sul tema del commercio globale.

Un altro importante punto dell’agenda dei lavori del Summit è stata l’Africa e la nuova escalation nella competizione interimperialista per l’esportazione di capitali nel continente e il saccheggio delle risorse, dietro la formula di un “nuovo Piano Marshall” per il “Continente nero”, che è un continente «pieno di opportunità”, secondo l’espressione degli industriali tedeschi. In apertura dei lavori, proprio Angela Merkel aveva sottolineato che «la Germania considera l’Africa una priorità, perché noi, come europei, consideriamo l’Africa un continente vicino e dobbiamo fare qualsiasi cosa per far fare progressi a questo continente», dove la Cina assume posizioni sempre più dominanti. Naturalmente, l’obiettivo non è certo il progresso dei popoli africani ma quello dei profitti di grandi imprese e banche. Appetiti che non sono di certo esclusiva degli industriali tedeschi e non a caso in questi giorni la formula del “Piano Marshall” per l’Africa è risuonata più volte nella bocca dei leader politici borghesi anche in Francia e in Italia dietro il retorico “aiutiamoli a casa loro” riferito agli immigrati nel quadro della gestione dei “flussi migratori” sul quale si sta giocando un’altra importante partita sulla loro pelle.

Diversi gli incontri bilaterali tra i vari leader, a mergine del Vertice. I principali sono stati quelli tra la Merkel e Trump, alla presenza dei ministri degli esteri dei due paesi, nel quale sono stati discusse questioni come situazione della penisola coreana, il Medio Oriente e il conflitto in Ucraina orientale. La Merkel ha discusso anche con il presidente turco, Erdoğan, sull’Accordo UE-Turchia sull’immigrazione e con il premier cinese di Africa e energia verde. Un altro incontro significativo è stato quello tra Trump e il primo ministro britannico Teresa May che hanno dichiarato di lavorare «su un accordo commerciale, che è molto grande, un accordo molto forte» aggiungendo che sarà pronto molto presto.   Ma l’incontro che ha avuto più enfasi è stato quello tra Trump e Putin, il primo “faccia a faccia” tra i due che è durato 140 minuti giudicato come «costruttivo». «Una buona chimica tra i due leader» è stato annunciato, nonostante l’esistenza di diversi approcci a questioni come l’Ucraina, Nord Corea, attacchi informatici e il presunto coinvolgimento russo negli affari interni degli Stati Uniti. Un accordo per un cessate il fuoco nel sud-ovest della Siria, dove Israele e Giordania sono d’accordo, sarebbe stato raggiunto. Per quanto riguarda l’evoluzione del conflitto in Ucraina, i leader di Germania, Francia e Russia hanno tenuto una riunione trilaterale nel quale avrebbero convenuto sull’importanza del cessate il fuoco nella parte orientale dell’Ucraina, sulla base dell’accordo di Minsk. Putin ha dichiarato che c’è una “intesa” sulla necessità di misure che porteranno ad un vero e proprio cessate il fuoco in Ucraina.

Una dichiarazione congiunta è stata raggiunta sull’impegno comune a “combattere il terrorismo”, che in realtà è usato come pretesto per gli interventi imperialisti e la repressione all’interno dei confini degli stati capitalisti. In particolare si afferma: «Ci occuperemo della minaccia emergente di terroristi stranieri nelle zone di conflitto come Iraq e Siria, e siamo impegnati a continuare a prevenire il loro accesso ad altri paesi e regioni del mondo», aprendo formalmente al miglioramento dello scambio di informazioni e alla cooperazione più intensa e anche «a combattere il finanziamento del terrorismo» cercando misure «contro il finanziamento delle organizzazioni terroristiche internazionali» come ISIS, Al Qaeda ecc.

Dietro parole e accordi si acuiscono pericolose dispute e contraddizioni interimperialiste

Ma naturalmente, le principali e più potenti potenze imperialiste, anche quando dichiarano di lavorare insieme in realtà non lo fanno sulla “chimica” ma sugli interessi dei rispettivi monopoli che non cesseranno di competere mortalmente nonostante i compromessi temporanei che possono esser raggiunti sulla base dei rapporti di forza internazionali, economici, politici e militari. La presunta “cooperazione reciprocamente vantaggiosa”, la visione di maggiore “unificazione dei mercati” o quella “più protezionistica”, il “mondo multipolare” o altre illusioni, non fanno di certo cessare di esser il mondo della forte competizione inter-imperialista per la spartizione del mondo, la conquista dei mercati, delle risorse energetiche, delle vie di trasporto che porta a sempre maggior sfruttamento della classe lavoratrice, saccheggio e spargimento di sangue dei popoli e distruzione dell’ambiente, soprattutto nell’attuale fase di imputridimento e decomposizione del capitalismo monopolistico, sempre più reazionario e disumano nel quale si annida il pericolo di una nuova guerra generalizzata.

Mentre Trump parla di «un grande successo”, Angela Merkel ha sottolineato che «dove non c’è l’unanimità, il comunicato finale mette in evidenza le divergenze», che spogliata dal mantello diplomatico, fa comprendere come la polemica sia molto più grande e complessa di quella enunciata nella Dichiarazione finale del Vertice. «Che cosa accadrà domani, dopo domani, non posso dirlo esattamente. Ma penso che rimane vero quello che ho detto, e cioè che noi europei dovremmo prendere il nostro destino nelle nostre mani». Questo vale ad esempio per l’Africa e per «risolvere i conflitti internazionali», ha aggiunto.

Imponenti manifestazioni anticapitaliste e forte repressione poliziesca

Per tutta la settimana scorsa, e in particolare nei giorni di giovedì, venerdì e sabato, migliaia di persone hanno manifestato per le vie della città di Amburgo. Uno schieramento di forze repressive tra i più grandi che si ricordi nella storia recente è stato messo in campo con la militarizzazione della città attraverso circa 25 mila agenti di polizia, forze speciali, blindati, idranti, mitra ecc. che hanno fronteggiato un totale di 150.000 persone che in vario modo hanno partecipato ai blocchi, azioni, cortei, campeggi, meeting nelle varie giornate di protesta e alla manifestazione popolare anticapitalista di sabato.

Nella giornata di giovedì una manifestazione partecipata da oltre 20.000 persone è stata attaccata dalle forze di polizia alla partenza, impendendone lo svolgimento, col pretesto della presenza in corteo di un migliaio di “incappucciati”. Nella giornata di venerdì si è svolta una manifestazione di studenti, in cui un ruolo attivo lo ha svolto la Gioventù Socialista Operaia Tedesca (SDAJ), mentre sabato in 76.000 hanno marciato nella manifestazione conclusiva in un corteo variegato nel quale era presente anche uno spezzone comunista internazionalista organizzato dal Partito Comunista Tedesco (DKP) aperto dallo slogan “Sollevati contro l’imperialismo. Socialismo o Barbarie!” al quale hanno partecipato anche delegazioni di partiti della Iniziativa Comunista Europea (ICWPE) quali il Partito del Lavoro d’Austria (PdA) che ha espresso come il «G20 nel quale si riuniscono i governi dei paesi economicamente e politicamente più potenti del mondo, più l’UE e i cosiddetti paesi emergenti, comprende quei Stati che

Lo striscione recita “Contro il sistema che genera crisi, guerre, rifugiati, lottiamo per un mondo senza sfruttamento – per il socialismo”

sono i primi responsabili per la guerra e rifugiati, le crisi e la povertà, per lo sfruttamento criminale dell’uomo e   della natura a fini della speculazione capitalista», il Partito Comunista di Grecia (KKE) che ha evidenziato come «la riunione dei più potenti paesi capitalisti ha messo ancora una volta in superfice la loro intensa competizione, condotta per la ripartizione dei mercati, materie prime e vie di trasporto che hanno come vittime permanenti i popoli» mentre al contempo «i dirigenti capitalisti si dirigono in comune contro gli interessi della classe operaia e degli strati popolari» e il Partito Comunista di Turchia (TKP) che ha enfatizzato come «la nostra protesta è una chiamata alla rivoluzione socialista».

Alle iniziative di protesta presente anche Andreas Sörensen, presidente del Partito Comunista di Svezia (SKP) – anch’esso membro della ICWPE – che ha indicato «la crescente spaccatura tra gli USA e l’Unione Europea», segnalando al contempo come «un’errore lo schierarsi con uno o l’altro imperialista» e la necessità di lottare contro il proprio imperialismo, nei propri paesi e contro l’Unione Europea. Presente anche Carolus Wimmer del Partito Comunista del Venezuela (PCV) che ha dichiarato: «Le operazioni al vertice del G20 sono la prova che la lotta di classe esiste e qui si esprimono gli attacchi dei nostri nemici di classe» e «l’aggressione dell’imperialismo contro la maggioranza delle persone». «Sanno che la lotta di classe si sta intensificando – prosegue il resp. internazionale del PCV – e che sta stanno venendo momento di crescita delle lotte». Contributi che hanno portato una chiara critica all’ordinamento capitalistico nel suo complesso e l’obiettivo del suo rovesciamento rivoluzionario.

Le manifestazioni popolari anticapitaliste hanno avuto luogo con successo mettendo in discussione il sistema che genera sfruttamento, guerre, diseguaglianze, profughi, povertà, nonostante lo stato di polizia, la violenta repressione delle autorità statali e meccanismi provocatori con numerosi scontri in tutta la città, diverse centinaia di feriti e rastrellamenti a tappeto con fermi e arresti nel più dei casi arbitrari. Come sottolineato dal DKP di Amburgo, «l’uso della forza repressiva dello Stato non è stata diretta solo contro i diretti interessati. E’ stato un segnale per tutte le forze progressiste che i governanti, il capitale monopolistico e i suoi rappresentanti politici sono pronti ad utilizzare tutti gli strumenti a disposizione del potere all’interno o al di fuori della legge, se si cerca di mettere in discussione questo potere». Pur le proteste popolari siano state prive di una chiara direzione e nonostante foto e video di “scontri e devastazione” irradiate in modo “denigratorio” dai media cercano di offuscare le ragioni della stessa, come in occasione del G7 di Taormina, anche il G20 ha dato un immagine di un sistema decadente sempre più impantanato sulle sue contraddizioni che non è in grado di garantire alcun futuro all’umanità, ai lavoratori, alla gioventù proletaria, ai popoli.

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