Scandalo Riverfrut: azienda costretta a oscurare la pagina Facebook

Scompare da Facebook la pagina di Riverfrut a seguito della diffusione del post di La Riscossa che rilanciava la denuncia di una lavoratrice dell’azienda. La pagina, sommersa da commenti e votazioni negative degli utenti del social network, è stata oscurata dai gestori nel giro di un’ora e rimane tutt’ora irraggiungibile.

Vi riproponiamo quanto accaduto ai lavoratori e alle lavoratrici dell’azienda Riverfrut e Cottintavola di Noviano (PC): la cooperativa ECS ha affisso, su una bacheca sul luogo di lavoro, dei fogli con i calcoli esatti di quanto profitto perde l’azienda per ogni minuto trascorso in bagno dai lavoratori, dando vita ad un vero e proprio regime di oppressione e ricatto, in cui persino andare in bagno è visto come un affronto ai datori di lavoro e all’azienda.
A denunciarlo è stata per prima una lavoratrice del Si Cobas Lavoratori Autorganizzati, che ha pubblicato la foto di uno dei fogli:

A quanto pare, la moda di ostacolare ad ogni costo persino i bisogni fisiologici dei lavoratori pur di fare profitto sta dilagando: è solo di pochi mesi fa la notizia, proveniente dagli Stati Uniti, dove in alcune grandi aziende di pollame gli operai sono costretti ad utilizzare il pannolone pur di non lasciare la loro postazione.

Questa, tuttavia, è solo l’ultima delle umiliazioni che l’azienda Riverfrut ha riservato ai suoi operai e operaie. Le condizioni di lavoro all’interno dell’azienda, infatti, sono insostenibili.

Questo è ciò che afferma l’operaia che per prima ha denunciato l’accaduto:

«Il titolare della Riverfrut incute terrore”, «Il 90% dei lavoratori sono di origini africane e vengono ricattati facilmente”. «Gli orari vengono decisi dai datori di lavoro: noi entriamo la mattina, con un orario che viene deciso la sera prima come se si trattasse di un contratto a chiamata, ed usciamo quando abbiamo finito a prescindere da che ore siano».

Di conseguenza capita non di rado che si finisca anche molto tardi, ma guai a mostrare disappunto: si rischia di rimanere a casa il giorno dopo o di venire presi di mira. Per quanto riguarda la retribuzione, la situazione è, se possibile, persino più vergognosa: i lavoratori sono infatti assunti dalla ECS, una cooperativa che applica il contratto multiservizi, quello che si utilizza ad esempio nel settore delle pulizie. In realtà, gli operai lavorano in cella frigorifera, su griglie o su nastri, tutti comunque costretti a sopportare ore e ore in piedi. Si tratta di lavoro di logistica, quindi, o anche classificabile come “alimentare”: il che frutterebbe alle operaie e agli operai almeno 200 euro in più in busta paga. E’ quanto viene denunciato anche da un attivista dei Si Cobas, sindacato che in questi giorni sta sostenendo la lotta dei lavoratori:

«Quello che rivendichiamo è un contratto in linea al lavoro svolto, cioè logistico o alimentare.»

Altro problema sono i turni di lavoro:

«Si è arrivati a 300 ore al mese ed è la normalità lavorare 12 ore con straordinari obbligatori, in caso di rifiuto la pena è rimanere a casa per una settimana».

I festivi per le operaie di Riverfrut non esistono e difatti hanno lavorato anche il primo maggio. Le responsabili – dell’azienda, invece che della cooperativa come prevederebbe la legge – farebbero continue differenziazioni fra le operaie, sia per turni di lavoro e i riposi, sia per il carico di lavoro e il comportamento umano.
Le condizioni lavorative sono così dure che una iscritta al sindacato, avendo mangiato solo in 15 minuti, ritornando alla postazione di lavoro ha vomitato sul nastro. Questo non ha fermato l’azienda, la quale ha rimesso l’operaia immediatamente al lavoro.

«Non mancano ovviamente umiliazioni agli operai in caso sbaglino qualcosa, questo non è accettabile e come sindacato porteremo la lotta fino alla fine.»

Il sindacato ha deciso di intraprendere lo stato di agitazione manifestando davanti alla fabbrica, ma dopo questa manifestazione la cooperativa ha deciso di proporre alle operaie un accordo a dir poco vergognoso: vi alziamo lo stipendio, ma cambiate fabbrica subito.  Il sindacalista denuncia inoltre ripercussioni negative sul lavoro per gli iscritti al sindacato:

«Sono stati inoltre richiamati gli operai iscritti al sindacato dei Si Cobas, con motivazioni palesemente false»

Insomma, la situazione alla Riverfrut è ai limiti del disumano e si ricollega al più generale problema dei lavoratori del settore della logistica: per la maggior parte egiziani, bengalesi, tunisini, i lavoratori di questo settore sono ampiamente sfruttati, sottopagati e costretti a subire ritmi lavorativi che ricordano quelli dell’Ottocento. Questo perché l’aumento degli scambi al livello internazionale conseguenti alla globalizzazione hanno comportato la necessità di un maggiore sfruttamento del settore del trasporto e dell’immagazzinamento delle merci: ne è conseguita, da una parte, l’esternalizzazione dei servizi di logistica da parte delle aziende per ricavare maggiore profitto (perché gestire da sole il processo di distribuzione dei propri prodotti avrebbe comportato un costo maggiore) e, dall’altra, la compressione dei salari e l’intensificazione dei ritmi lavorativi da parte delle cooperative che si occupano di questi servizi per conseguire il maggior guadagno possibile. Ovviamente, tutto a scapito dei lavoratori.

Il Partito Comunista è vicino alle lotte dei lavoratori della Riverfrut e di tutti i lavoratori del settore della logistica, negli ultimi anni protagonisti di lotte sindacali per la rivendicazione di quei diritti basilari che ogni giorno vengono negati dai padroni, per perseguire un modello produttivo che gioca al massimo ribasso per un massimo profitto sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori.

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1 Comment

  1. solidarietà ai lavoratori e lavoratrici della Riverfruit e massimo appoggio alle lotte che intraprende il sindacato di classe e il partito comunista

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