Introduzione del PC al Convegno internazionale contro il G7 di Taormina

Introduzione del compagno Alberto Lombardo, resp. dip. organizzazione e formazione del Partito Comunista (Italia) al Convegno internazionale “Né terra, né mare, né aria per gli imperialisti” svolto a Giardini Naxos (ME), sabato 27 maggio, in occasione del G7 di Taormina (Me).

Care compagne e cari compagni

oggi in questa manifestazione internazionalista continuiamo un percorso di lotta che i nostri partiti comunisti e i partiti comunisti dell’Iniziativa perseguono ormai da anni. Se la borghesia monopolistica crea dei circoli, dei luoghi privilegiati dove i propri rappresentanti e i propri strateghi disegnano i prossimi scenari di guerra ai popoli del mondo, così come stanno facendo a pochi chilometri da qui, anche i comunisti devono fare la stessa cosa: devono disegnare in comune i loro scenari di guerra agli imperialisti. Questo è l’essenza dell’internazionalismo proletario, questa è l’essenza dell’eredità leninista che noi raccogliamo e vogliamo portare avanti.

La differenza però è essenziale: è quella che passa tra la società organizzata dagli sfruttatori e quella organizzata dal proletariato. Se oggi gli imperialisti che si riuniscono a Taormina disegnano piani di guerra comuni contro i popoli, domani litigheranno per come spartirsi la torta dei profitti e accaparrarsi per il proprio capitalismo e le rispettive centrali monopolistiche le prede che hanno conquistato. Invece l’internazionalismo proletario è quello per cui, se oggi siamo fianco a fianco in questa lotta partiti di diverse nazioni, lo saremo sempre e comunque, perché gli interessi dei proletari sono gli stessi e non confliggeranno mai con quelli delle altre nazioni. Questo è il senso più profondo della nuova società socialista, che per la prima volta nella storia dell’umanità ha prefigurato un mondo davvero nuovo senza sfruttati e sfruttatori, senza vittime e carnefici. Questa è la società basata sul socialismo scientifico guidata da quei partiti che, unici, hanno sconfitto la borghesia e fatto davvero paura al capitalismo internazionale, i partiti di stampo leninista. Questo è l’atto di fondazione del leninismo: la lotta implacabile contro chi si allea con questa o quella parte della borghesia, delineando fantomatici “nemici principali” “potenze aggreditrici e potenze aggredite”. Gli altri paesi capitalisti, oltre a quelli occidentali, esportatori di capitali e che vivono sempre più la concentrazione monopolistica, sono anch’essi nella fase imperialistica, anche se più o meno sviluppata, e non potrebbe essere diversamente nell’era del capitalismo globalizzato, come ci insegna Lenin. Lenin cento anni fa ci ha insegnato che il modo migliore, anzi l’unico modo nell’era dell’imperialismo, per sconfiggere la guerra è sconfiggerne le cause che la provocano, a cominciare ognuno, ogni partito, dalla borghesia del proprio paese. Ed è quello che facciamo oggi: riceviamo dai nostri compagni il sostegno alla nostra lotta per sconfiggere la nostra borghesia, così come cerchiamo di dare il nostro sostegno ai nostri compagni perché essi sconfiggano la loro. Non c’è altra strada.

Qual è il giudizio che diamo della situazione economica attuale? Alcuni dati ci aiutano a comprendere la crisi in cui si trova oggi il capitalismo internazionale.

Nel 1975 la quota di Prodotto Lordo Mondiale dell’allora G6 è passato dalla metà del valore mondiale, a oggi in cui il G7 rappresenta una quota di circa un terzo. In particolare il comparto manifatturiero è quello che ha subito la riduzione più drastica.

D’altro lato le stesse aree geografiche non hanno andamenti omogenei. Per esempio, la Germania aumenta il proprio surplus commerciale, mentre Italia approfondisce il proprio deficit. Quindi disomogeneità di sviluppo capitalistico non soltanto tra blocchi capitalistici contrapposti, ma anche e forse soprattutto tra paesi appartenenti agli stessi blocchi.

Che cosa ci dicono questi dati? Che il capitalismo non progredisce in modo lineare, anzi! Chi aveva solo pochi decenni fa un ruolo del tutto preminente, oggi si trova a rincorrere gli altri. Se allora il G7 si poteva arrogare il diritto di considerarsi il leader mondiale incontrastato, oggi questo ruolo viene contestato e conteso dalle “potenze emergenti”. Potenze che hanno la natura in tutto e per tutto di potenze capitalistiche. Tutto ciò porta a improvvisi rimescolamenti dei rapporti di forza internazionali nella competizione per l’egemonia economica, politica e strategica e conseguenti riposizionamenti dei paesi all’interno della piramide imperialista, che modificano la politica all’interno e tra le alleanze interstatali imperialiste con la destabilizzazione delle relazioni internazionali. Il capitalismo non è nuovo a questi violenti scossoni. Ricordiamo che essi furono la causa che portò alla Prima Guerra mondiale: crisi e riposizionamento delle alleanze.

La crisi economica porta a disinvestire nelle attività “reali” e a investire di più nella pura speculazione finanziaria, creando le “bolle” a cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Come insegna Marx, la crisi si genera nel settore produttivo, ma si scarica e si manifesta nel settore finanziario, ma non è quest’ultimo a generare la crisi, che è sempre crisi di sovrapproduzione che diventa crisi di sovraccumulazione. Dopo la crisi del 2009, oggi la situazione è peggiore a quella di prima, soprattutto nei paesi più forti, mentre i paesi dove la crisi è stata più acuta e ancora non si riesce a venir fuori, come Spagna e Italia, dove si è più indietro a recuperare la distruzione di capitale del 2009.

La base della crisi irresolubile in cui si dibatte il capitalismo monopolistico sta nell’incapacità di generare profitti sempre crescenti per soddisfare valorizzazioni sempre più elevate per capitali in espansione. La risposta è sempre più arrogante e bellicosa, ma ribadiamo però che il militarismo e il bellicismo non è la caratteristica unica dell’imperialismo, ma ne è solo una sua particolare manifestazione.

Qual è il ruolo degli stati nazionali in questo grande gioco? Esso si va affievolendo? Niente affatto! Sarebbe un errore pensare che ormai tutto passa dalla borsa e la sovrastruttura politica e militare giochi un ruolo marginale. Non è così e non può mai essere così. I governi giocano il ruolo di comitati d’affari per le rispettive borghesie nazionali e rappresentano nei tavoli dei conglomerati imperialistici gli interessi di quelle. Non solo delle grandi aziende a controllo statale, ma anche delle altre grandi aziende a controllo esclusivamente privato.

Le multinazionali hanno la propria rappresentanza nazionale sempre presso un grande stato imperialista.

Le grandi borghesie dei paesi europei traggono grande profitto dal partecipare al banchetto imperialista e non sono affatto “costrette”, ossia questi paesi, tra cui l’Italia, la Spagna, la Grecia, non sono affatto “colonie” di altri imperialismi.

In tutti i paesi la risposta è quella tipica della fase imperialistica dominata dalla crisi economica e la crescente competizione inter-imperialista, cioè approfondendo il processo di concentrazione del capitale e la ricerca di una maggiore competitività a spese della forza lavoro, con politiche di massacro sociale e intensificazione dello sfruttamento, disoccupazione e compressione dei salari e delle pensioni, intensificazione dei ritmi di lavoro e flessibilizzazione e precarizzazione dei rapporti lavorativi, fino al lavoro gratuito, taglio di diritti sociali  democratici e sindacali, impoverimento degli agricoltori e dei settori popolari, una divisione internazionale del lavoro a beneficio del grande capitale e della finanza, taglio delle spese sociali e privatizzazione che limitano sempre più l’accesso delle masse popolari a servizi e diritti fondamentali quali sanità, istruzione, trasporti ecc. mettendoli al servizio dell’accumulazione capitalistica.

Dall’altro lato la spesa pubblica viene sempre più indirizzata verso i settori a più alta concentrazione monopolistica: grandi opere inutili e devastanti e spese militari. Queste ultime generano anche enormi profitti per le aziende che lavorano in quel settore, ma i costi che gravano sulle finanze pubbliche sono mostruosi. L’export italiano degli armamenti vede una grande ripresa, mentre le spese militari previste passeranno dal 1,1% gradualmente fino al 2% previsto dalla NATO e recentemente confermato da Gentiloni a Trump; ossia, 16 miliardi a regime ogni anno in più.

La guerra imperialistica e i conflitti armati locali, che si sviluppano sul terreno del capitalismo e della competizione interimperialista causano quelle enormi masse di persone costrette a emigrare, strappati dalle loro terre per sfuggire alla guerra, alla distruzione, saccheggio e povertà.

L’Italia, la Spagna e la Grecia sono tra le principali terre di approdo di questo flusso, con un Mediterraneo trasformato in gigantesca fossa comune; uomini e donne, bambini, sottoposti alla speculazione affaristica del “viaggio” e della cosiddetta accoglienza, ma soprattutto allo sfruttamento utilizzati per la competizione al ribasso per la compressione di diritti e salari da parte della stessa classe che produce le guerre e le cause della immigrazione.

I nostri paesi, Italia, Spagna e Grecia, e in particolare regioni martoriate da basi militari e militarizzazione del territorio, come la Sicilia e il sud Europa, ridotte a deserto produttivo e piattaforme di guerra strategica nel Mediterraneo per le potenze del G7, dell’Ue e della NATO.

In Sicilia il nostro Partito ha lottato e lotta contro l’istallazione nella base militare della Marina militare statunitense di Niscemi, a pochi chilometri da qui, del nuovo strumento di comunicazione satellitare MUOS che connette le operazioni di mare di terra e di cielo delle forze armate NATO dell’area mediterranea, europea, africana e mediorientale; un’area enorme dove la NATO spadroneggia militarmente. Abbiamo partecipato all’organizzazione, alle manifestazioni, abbiamo subito denunce, ma abbiamo anche sostenuto la lotta legale dei cittadini, ma anche le proteste di ogni tipo. Abbiamo notato che nel popolo siciliano è nata una nuova consapevolezza. Se prima l’avversione per queste istallazioni erano basate prevalentemente su timori sulla sicurezza ambientale o sulla salute pubblica, poi si è trasformato in un senso genuino di difesa del proprio territorio, della propria gente, con un orgoglio che noi popoli del sud ci conosciamo. Ma oggi questo sentimento ha preso sempre più una consapevolezza di carattere più politico, ha aggredito le vere ragioni, le vere cause delle guerre e dei sui strumenti, si sta trasformando in un vero sentimento antimperialista. Oggi il popolo siciliano non dice più: il “Muos andatelo a fare da un’altra parte”, ma “il Muos non si deve fare, né qui né altrove”, noi non saremo mai al sicuro finché i costruttori di guerre non saranno battuti non solo qui, ma in tutto il mondo.

Qui il ruolo dei comunisti è essenziale, perché è in grado di spiegare compiutamente che cosa succede, qual è la posta in gioco, e quali sono i percorsi corretti da seguire nella lotta. Per esempio, grandi energie sono state profuse nella lotta legale contro il MUOS, abbiamo vinto tante battaglie nei tribunali, fino all’ultima sconfitta, quando il potere borghese ha gettato la maschera, si è messo sotto i piedi il proprio stesso diritto, mostrando il vero volto della “legalità” borghese che è solo falsa ideologia, immagine falsata e a uso e consumo della propria autorappresentazione, e ha fatto emettere una sentenza che grida vendetta. È stato tempo perso quello? Fare una battaglia che noi comunisti sapevamo avrebbe condotto a questa sconfitta è stata sbagliata? Assolutamente no! Il compagno Pietro Secchia, uno dei capi della resistenza antifascista, vicesegretario del PCI, poi rimosso da Togliatti, ce lo ha insegnato: “vi sono delle battaglie che occorre combattere anche se si sa di perdere immediatamente. Esse servono per il domani. In ogni caso ritengo che si perda di più ogni volta che si cedono posizioni importanti senza dar battaglia…”. Ebbene è quello che è successo qui. Il potere borghese, gettando la propria maschera ideologica e mostrando il proprio vero volto davanti a tutti, perde ogni giorno di più il proprio consenso, che è il piedistallo friabile su cui è costruito il proprio potere.

La risposta dei comunisti non può essere né il buonismo della finta sinistra innocua per il capitalismo, né la risposta repressiva della destra. Entrambe queste soluzioni sostanzialmente favoriscono il grande capitale. La massa di profughi (non migranti!) che si abbatte sui nostri paesi in conseguenza delle guerre imperialiste che abbiamo scatenato nei loro, costituisce quell’esercito salariato di riserva di cui il capitale non può fare a meno. È l’ariete con cui si abbattono i residui diritti dei lavoratori europei. La risposta giusta però non è la guerra tra poveri che favorisce il capitale, ma l’alleanza tra gli sfruttati: bianchi e neri, giovani e vecchi, donne e uomini. UGUALE SALARIO A UGUALE LAVORO, salario minimo garantito per tutti. Non salario sociale, che riduce il proletario a un plebeo che non ha né classe né dignità, ma ridare forza al lavoro e ai lavoratori, uniti contro il capitale. Solo l’unità dei lavoratori, di tutti i lavoratori uniti contro il capitale, può superare le contraddizioni, le oppressioni che affliggono questa società: da quella di genere a quella di razza.

La soluzione risiede solo nello svincolamento da tutti i conglomerati imperialistici, nell’uscita dall’UE, dalla NATO, con la immediata nazionalizzazione delle banche, del commercio con l’estero e dei principali mezzi di produzione con affidamento ai lavoratori.

Una società a misura di chi produce la ricchezza e non di chi la sperpera. Oggi le risorse tecniche e produttive potrebbero far stare meglio tutti, europei e non, ma è solo la necessità di produrre per il profitto che genera miseria. Una volta la miseria era generata dalla carestia, oggi sotto il capitalismo la miseria è generata dalla abbondanza. Agli inizi dell’Ottocento la risposta degli operai disperati per l’introduzione delle nuove macchine, che toglievano loro il lavoro, era distruggerle, era la risposta di una classe che non era ancora classe cosciente e armata della propria scienza, il marxismo. Oggi la classe operaia ha una scienza – filosofica, politica ed economica – che si chiama marxismo-leninismo: è il socialismo scientifico del XX secolo, che resta valido ed attuale nel XXI, e che dà l’unica risposta che è riuscita a battere e far paura al capitalismo negli ultimi cento anni, dall’Ottobre a oggi, la rivoluzione proletaria e l’edificazione del socialismo, basato sull’economia pianificata centralizzata e guidata e diretta dalla classe operaia.

Né terra, né mare, né aria per gli imperialisti

no all’imperialismo

contro l’UE, la NATO, il capitalismo,

per il potere dei lavoratori e il socialismo.

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