Emergenza lavoro a Roma, migliaia in piazza con i lavoratori Alitalia.

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Una grande manifestazione ha attraversato il centro di Roma, partendo dal no al referendum di Alitalia, e legando tutte le principali rivendicazioni dei lavoratori in lotta della capitale. Un segnale importante, un corteo la cui riuscita non era assolutamente scontata, e che per la prima volta dopo molto tempo ha rimesso al centro delle rivendicazioni la condizione dei lavoratori. La protesta è stata sistematicamente ignorata e oscurata dai media, complice anche la contemporaneità del G7 e delle proteste contro il vertice di Taormina. Per questo è tanto più importante parlarne.

Il corteo è stato aperto dai lavoratori di Alitalia, con la partecipazione unitaria delle sigle sindacali che hanno sostenuto il no al referendum. La vicenda di Alitalia è solo all’inizio di una lotta che si preannuncia lunga. Il gesto di dignità dei lavoratori di rifiutare l’accordo, contro tutte le pressioni aziendali, governative e del fronte unito dei sindacati confederali, ha prodotto l’avvio della gestione commissariale, per la condizione in cui versa l’azienda. Ad oggi oltre mille lavoratori sono stati messi in cassa integrazione, sono state sospese le erogazioni di parti dei salari dei lavoratori (si viaggia ormai sotto gli 800 euro di retribuzione mensile netta), si sono avviate procedure di licenziamento disciplinari nei confronti di lavoratori che hanno preso parte alle lotte, colpevoli di aver scritto su gruppi WhatsApp creati dai lavoratori e dai sindacati per informare sulla condizione delle trattative, frasi di incitamento alla lotta che l’azienda ha ritenuto offensive, avviando così i licenziamenti. Pretesti ovviamente, e strategie per fiaccare la lotta dei lavoratori, prima dell’attacco finale, con cui il governo intende sistemare la partita. Dalla piazza è giunta forte la proposta della nazionalizzazione dell’azienda, da contrapporre all’idea di nuove iniezioni di denaro pubblico a fondo perduto per ripianare i debiti delle gestioni private, salvo poi cedere nuovamente a cordate di speculatori la gestione aziendale. Questa proposta è oggi maggioritaria tra i lavoratori dell’azienda, trasversalmente alle categorie, ed è vista come unica possibilità di salvaguardia dei posti di lavoro e dell’esistenza stessa della compagnia. Lo slogan della nazionalizzazione ha risuonato più volte nella piazza, anche negli interventi delle forze sindacali presenti (CUB, che ha guidato la protesta e la campagna referendaria a Fiumicino e negli aeroporti del nord Italia, USB, e anche nei sindacati di categoria del personale di volo). Presenti anche i precari di Alitalia, ex dipendenti licenziati o in pensione che hanno sostenuto la lotta dei lavoratori.

Ma il corteo ha avuto una straordinaria partecipazione di lavoratori da altre categorie e vertenze in corso. Non è un caso data la condizione che si registra a Roma. Proprio ieri in un comunicato il Partito Comunista aveva messo in evidenza l’emergenza lavoro in città: «sono ormai decine di migliaia i posti di lavoro persi a Roma dall’inizio dell’anno Dalla vicenda Almaviva in poi assistiamo ad un’emorragia continua, che riguarda anche aziende in attivo nei bilanci economici come Sky e Mediaset. Il governo non può lavarsi le mani dell’accaduto per utilizzarlo in ottica di attacco alla giunta comunale». Di fronte all’assenza e all’incapacità di comprendere ciò che sta avvenendo da parte delle istituzioni locali e della giunta grillina (che pure è parzialmente complice vista la gestione dei dipendenti pubblici e delle partecipate capitoline), le aziende stanno tutte lasciando Roma. Dopo Sky, che pur in attivo nei bilanci ha deciso di ridimensionare la sede romana, anche Mediaset si è accodata. Centinaia di posti sono a rischio per la fusione Wind-Tre e così via. Un dato di merito del corteo di ieri è quello di aver posto con forza questa situazione.

Presenti in piazza i lavoratori di Almaviva, con il comitato dei 1666 licenziati, che da dicembre hanno continuato a sostenere la lotta per il ricollocamento dei lavoratori licenziati, e sono stati i primi a lavorare per una maggiore integrazione con le altre vertenze romane. Con loro nel nutrito spezzone delle telecomunicazioni i lavoratori del CLAT, che da mesi sono in lotta con la dirigenza della TIM, e che da poco sono riusciti a sventare il licenziamento di Riccardo, un delegato sindacale Cobas, a cui l’azienda contestava alcune dichiarazioni rese in sede di audizione in commissione parlamentare (davvero il colmo, e la vera misura dello stato della nostra “democrazia”!). Numerosissimi anche i lavoratori di ACI informatica, e presenti i lavoratori di Sky, del GSE. Hanno partecipato alla manifestazione anche gli “scontrinisti” della Biblioteca Nazionale. Ma numerose sono state anche le presenze di lavoratori di altri settori, dal Teatro dell’Opera, i cui dipendenti sono in lotta da settimane, al trasporto pubblico.

Grandi assenti le forze politiche, ad eccezione del Partito Comunista, e non è un caso. Mentre tutti sono pronti a chiedere il voto dei lavoratori in campagna elettorale, nessuno è invece disposto a sostenere, organizzare e rafforzare la lotta quotidiana dei lavoratori. Un singolo Fassina ha fatto parte del corteo, ma del suo partito nessuna traccia. Partecipato e animato lo spezzone del Partito Comunista che ha sfilato per tutto il corteo fino a Piazza Santi Apostoli.

«La giornata di oggi è di particolare importanza per quello che è stato realizzato. Ora bisogna andare avanti con la lotta a partire dai futuri scioperi in Alitalia e nel settore dei trasporti, e per costruire un fronte unito dei lavoratori che in questa piazza già vediamo prendere forma – ha dichiarato Alessandro Mustillo, segretario del PC romano intervenendo al termine della manifestazione – Non abbiamo nulla da aspettarci da un governo asservito agli interessi dei padroni. La riduzione dei diritti e dei salari è la strategia del capitale in Italia, a questa strategia a questa lotta di classe che i padroni conducono dobbiamo contrapporre, coscienza, unità, organizzazione nella classe lavoratrice».

La strada è lunga, ma il segnale che viene dai lavoratori romani è senza dubbio incoraggiante.

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