Intervista al segretario del PC di Turchia sul referendum e gli sviluppi nel paese

Kemal Okuyan: «Questo paese non ha altra soluzione che la lotta!»

Intervista con Kemal Okuyan, Primo Segretario del CC del Partito Comunista di Turchia (TKP) sui risultati del referendum realizzata dal quotidiano soL e tradotta da La Riscossa.

soL: Cosa si può dire subito sul risultato del referendum?

Non possiamo parlare di un risultato aritmetico. Hanno fatto quello che sanno fare meglio e hanno rubato questo risultato. La nostra logica, mente e coscienza ci dicono che matematicamente il NO ha vinto.

Ma ci sono anche altri risultati che ci mostrano questa realtà. Nonostante la pressione, utilizzo delle risorse pubbliche e gli inganni si può vedere obiettivamente che in realtà la gente che appoggia l’AKP non va oltre il 40% del popolazione in Turchia.

E cosa ancora più importante, la resistenza nelle grandi città non si è ridotta ma anzi è aumentata. Istanbul e Ankara si sono aggiunte a Izmir. Dobbiamo anche contare Adana, Mersin, Diyarbakir, Antalya, Denizli, Aydin, Eskisehir. Con questo risultato non è possibile cambiare la costituzione.

soL: Prima di andare su questo punto, parliamo delle frodi. Hanno avuto realmente un grande impatto sul risultato?

Se consideriamo tutte le violazioni nel complesso, sì, naturalmente lo hanno avuto. Come possiamo non chiamare una “manipolazione” il fatto che tutte le risorse pubbliche hanno servito il SI? O le menzogne dei media, non sono una frode? O le minacce, il terrore? Ridurre la quantità dei partiti che hanno il diritto a partecipare alle elezioni e mediante questo cambio ridurre la quantità degli osservatori elettorali non è una frode? A tutto ciò, possiamo aggiungere quello che hanno fatto nel giorno del referendum. Schede elettorali mancanti, i voti senza timbro, i video di migliaia di votanti del SI, violando la legge del voto segreto per esporre la decisione del SI, foto di gruppo con più persone nella stessa cabina elettorale, gli illegali interventi della polizia e gendarmeria, voti ripetuti e infine la decisione del Comitato Supremo Elettorale che ha accettato le schede elettorali senza timbro. Prendendo tutto questo in considerazione, il referendum è sguazzato nel fango.

soL: Che possiamo fare contro tutto questo?

Il popolo deve reagire. Ma tuttavia c’è il CHP (Partito Repubblicano del Popolo) che si erge come una barriera di fronte alla reazione del popolo, un partito in cui le persone hanno ancora fiducia. Erdoğan deve ancora una volta ringraziare Kılıçdaroğlu (il leader del CHP).

soL: Cosa può fare il CHP?

Il CHP non può fare nulla. Ma solo noi lo sappiamo. La massa del CHP ripone costantemente la speranza nel CHP e aspetta, “forse questa volta…”. E ogni volta il CHP compie con successo la sua missione di calmare la rabbia e l’energia accumulata delle masse. Prima del referendum si diceva che c’erano quadri del CHP che volevano una vittoria del SI con uno stretto margine. Kılıçdaroğlu appartiene a questo gruppo.

soL: Come può esser così sicuro?

Prima di tutto, Kılıçdaroğlu non era preparato per la vittoria del NO. Non sapeva che fare nel caso avesse vinto il NO. Il governo non lo avrebbe accettato, ci sarebbe stata molta tensione ecc. Durante tutta la campagna del referendum Kılıçdaroğlu non ha fatto altro che predicare il “consenso”. Non c’è alcuna “forza” qui. Secondo, e cosa più importante, non dobbiamo dimenticare che il SI è il risultato a cui aspiravano una grande sezione del grande capitale e dei monopoli internazionali. Sono i padroni che sono stati a favore del sistema presidenziale per anni. Sappiamo che i centri imperialisti spingono per un sistema che rafforza il potere esecutivo. L’unico problema è l’esorbitanza di Erdoğan. Un SI che vince per uno stretto margine, da un lato tratterà Erdoğan, dall’altro lato mantiene in vigore un programma in cui il capitale ha ampi spazi di manovra. Questo è successo. Questa è la missione personale di Kılıçdaroğlu da anni.

soL: se questo era quello che volevano, porterà a qualche rilassamento?

No. Questo perché le contraddizioni nel sistema imperialista hanno raggiunto livelli gravi e la Turchia è in un punto cruciale di queste contraddizioni. Erdoğan da un lato prolunga la sua vita politica sfruttando queste contraddizioni; ma dall’altro lato queste stesse contraddizioni significano continuamente nuove mine sul suo percorso. Questa congiuntura non prevede stabilità. Le dinamiche interne nemmeno prevedono stabilità. La Turchia non può sostenere Erdoğan culturalmente, ideologicamente, politicamente, economicamente… C’è un altro fatto che va lentamente emergendo: la classe operaia della Turchia non può sopportare Erdoğan e la sua mentalità. Per questo non importa ciò che fa Kilicdaroglu…

soL: che accadrà allora?

Lo status quo nell’ordine politico turco è stato scosso. Ci sono gravi problemi nell’AKP. Diciamo che sapevano che avevano già perso Izmir; ma un partito di governo che ha perso anche Istanbul e Ankara… Se i risultati fossero stati un po’ peggiori, Erdoğan non avrebbe avuto altra scelta che correre a prendere la presidenza dell’AKP.

Il CHP non cessa mai di avere problemi in ogni caso. Personalmente, in tutti questi anni, non ho conosciuto nessun loro membro che non abbia problemi col CHP. Lì la discussione non finisce mai.

Inoltre, ora c’è una nuova realtà politica borghese turca: Aksener. Il suo gruppo corroderà l’AKP appena Erdogan e AKP avranno difficoltà. Questo gruppo guidato da Aksener già rappresenta il MHP (Partito del Movimento Nazionalista). Attirerà l’attenzione anche degli scontenti nel CHP. Già sappiamo che ci sono preparativi e contatti per costruire un nuovo “centro”.

L’altro partito nel parlamento, l’HDP (Partito Democratico dei Popoli) ha dimostrato che nonostante tutte le repressioni, può consolidare la sua base considerevolmente.

soL: Cosa dobbiamo aspettarci quindi nella politica: una ripresa o la disintegrazione?

Per la ripresa è prima necessaria la disintegrazione. Tuttavia, in questo momento la Turchia è un paese che ha una ambiguità che aumenta giorno per giorno, per questo è impossibile classificarlo periodicamente. Specialmente in questo mondo! Per questo abbiamo sostenuto che solamente attraverso il referendum non si sarebbe potuto determinare tutto in una volta.

soL: Vado a chiederle questo allora. Il TKP diceva “Non importa il risultato, continueremo a lottare”. Possiamo attribuire un significato nuovo a questa affermazione dopo il risultato?

Il TKP diceva così perché anche se il NO avesse vinto, e sarebbe stato un grande risultato, un successo che poteva portare a risultati positivi, mai poteva rappresentare una soluzione in assoluto. Nemmeno esisteva una organizzazione in grado di proteggere i voti del NO. Ciò è stato confermato dalla realtà. Ora sappiamo che matematicamente più della metà delle persone hanno detto NO. Eppure il partito al governo li ha truffati e la risposta è stata non più di un paio di iniziative molto importanti, ma anche molto deboli. Dicevamo anche che “il SI non sarebbe stata la fine del mondo”. E’ arrivata la fine del mondo? Dobbiamo lasciar tutto e andarcene? Assolutamente no. Il TKP chiamava il popolo a sviluppare immediatamente la lotta organizzata, e continua a farlo. Ma in un contesto diverso.

soL: qual è questo contesto?

Il TKP è un partito che sostiene l’illuminismo, il secolarismo, la Repubblica contro il fondamentalismo religioso. Senza dubbio e fin dal primo momento. E oggi in Turchia, la maggior parte dei voti del NO sono centrati sul laicismo, anche se non tutti. Tuttavia, c’è un fatto evidente in Turchia: la situazione di stallo non si può risolvere attraverso la polarizzazione tra secolarismo e fondamentalismo religioso. Il secolarismo da solo non può spingere indietro il fondamentalismo religioso, e viceversa. Quello che vogliono è conciliare questi due poli e rafforzare l’area di mezzo. Questo significherebbe in realtà il trionfo del fondamentalismo religioso. Proprio come “l’islam moderato” è una fabbricazione imperialista, non ci può esser un “laicismo moderato”. Eppure, questo è il desiderio della borghese che sarebbe la sconfitta del nostro popolo. Solo una polarizzazione su base di classe può risolvere la crisi. Lo stesso laicismo ha bisogno di questo. Il TKP soprattutto è il partito della classe operaia che lotta per l’emancipazione della classe operaia che significa l’emancipazione del popolo. Non poniamo il laicismo contro la lotta della classe operaia, la lotta per il socialismo. Ciò che diciamo è questo: nel mondo della borghesia, in quest’ordine capitalistico, dimenticatevi la laicità, perché potete trovare solo la sua caricatura.

soL: Dite che né il laicismo né il fondamentalismo potranno dominare l’uno all’altro. Allora la Turchia non può risolvere questo problema a breve periodo?

No. Ma nei paesi come la Turchia è un po’ complicato dire cos’è il “breve periodo” e cosa il “lungo periodo”. L’imperialismo è in crisi. L’ordine capitalistico in Turchia è sull’orlo di una crisi economica molto grave. La mancanza di organizzazione in tale periodo è fatale. Insistiamo nella nostra chiamata. Il popolo deve esser organizzato. I settori laici devono lasciarsi alle spalle l’irresponsabilità del “non ci importa dello sfruttamento e le continue ingiustizie finché non ci toccano la nostra raki (bevanda alcolica) o la lunghezza della gonna”; non c’è altra soluzione che lottare!

soL: il popolo che ha detto NO, può avere questa trasformazione?

Guarda, in un certo senso, il referendum è ormai alle spalle. Il risultato è illegittimo. Questo è un fatto indiscutibile. Ma adesso la gente dovrebbe alzare la testa dalle urne e concentrarsi sulla realtà della vita. Questo popolo è disorganizzato: né nelle fabbriche, né negli uffici, né nelle università, né nei quartieri c’è organizzazione. Di conseguenza non è possibile proteggere i propri voti. Cantare l’inno di Izmir non è sufficiente. Coloro che sono soddisfatti da quest’ordine capitalista, ma non vogliono perdere la laicità dovranno cavarsela da soli se rimangono soddisfatti del sistema; essi non hanno il diritto di lamentarsi. Tuttavia, la maggior parte degli elettori del NO sono lavoratori. Bisogna cominciare a capire che è stata la classe borghese a mettere la dinamite alle fondamenta della laicità della Turchia, e che ciò che chiamano imperialismo è l’ordine dei monopoli. E non c’è modo di affrontare questo se non siamo organizzati.

soL: Ci dobbiamo rivolgere solo a coloro che hanno detto NO?

Principalmente sì. Questo è anche l’unico modo per tendere la mano ai lavoratori nella base sociale del AKP. Se perdiamo l’energia del NO, se la fiducia che hanno queste persone diminuisce, se l’atmosfera della sconfitta diventa prevalente, nulla può esser cambiato in questo paese. Non possiamo convincere la gente. E l’unico modo per infondere energia e identità al NO è dipingerlo con il colore della classe operaia. Questa non è un’operazione matematica, ma un processo politico. Con l’organizzazione di una decima parte dei votanti del NO, tutto cambierà. E nessuno sarà in grado di rubare! Né il governo, né l’Agenzia di Stampa, né il Comitato Supremo Elettorale.

soL: Questo tipo di organizzazione ti sembra possibile?

Questo paese non ha altra scelta. Il TKP farà il massimo sforzo. Abbiamo bisogno del socialismo come abbiamo bisogno dell’aria e dell’acqua. Le condizioni sono mature per spiegarlo, ci sono le condizioni favorevoli per convincere il popolo, siamo nelle condizioni favorevoli per organizzarlo. Anche l’idea della Repubblica necessita del socialismo. La Turchia non può sopportare Erdoğan e il capitalismo non può sopportare la Repubblica. E allora cosa fare?

soL: Cosa vuole dire per concludere?

Nei giorni prima del referendum e durante quel giorno, molte persone hanno lavorato con massimo impegno e sacrificio per il NO. Sono l’onore di questo paese. Nessuno deve rimpiangere che tutti questi sforzi non siano serviti a nulla. Nulla è perso. Abbiamo appreso una lezione molto importante. Non siamo nulla se non siamo organizzati. Se comprendiamo tale lezione e necessità, non c’è nulla da esser pessimisti.

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