Cina e imperialismo, un’analisi storico-economica

La Cina odierna è antimperialista?

di Lorenzo Vagni

In questi ultimi giorni ha avuto particolare risalto sui mezzi di informazione l’incontro di stato a Palm Beach tra Donald Trump e Xi Jinping. In particolare suscita l’interesse di molti la posizione della Cina riguardo questioni quali la guerra in Siria e la Corea del Nord. Potrebbe dunque essere legittimo chiedersi se in questa fase la Cina possa assumere un ruolo di argine all’imperialismo e di speranza per i popoli del mondo. Per dare una risposta occorre analizzare la situazione cinese in relazione al concetto di imperialismo, un punto centrale per l’analisi marxista della società, spesso frainteso anche da una parte del movimento comunista.

Per una chiara ed esatta chiave di lettura dell’imperialismo occorre rifarsi alla definizione che Lenin diede nel suo saggio del 1916, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo“:

«Quindi noi […] dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici» (cfr. V. Lenin L’imperialismo (1916), Editori Riuniti, 1974, pag. 128).

Secondo questa definizione il militarismo e l’aggressività nei confronti di altre nazioni non sono caratteristiche preponderanti dell’imperialismo, ma soltanto sue possibili manifestazioni. Alla luce della teoria leninista è possibile individuare quali stati, nel corso della storia recente, abbiano effettivamente assunto un ruolo di argine all’imperialismo.

L’Unione Sovietica è senz’altro uno degli esempi più lampanti di potenza antimperialista in quanto priva di esportazione di capitale (la grande maggioranza del commercio estero sovietico era con altri stati socialisti). Infatti anche dopo il 1956, anno in cui le politiche di Chruščёv iniziarono a compromettere l’impianto socialista dello stato e i cui sviluppi furono la restaurazione del capitalismo con Gorbačëv nel 1991, nonostante l’aumento delle esportazioni, l’URSS non esportò capitale.

Non è invece di immediata interpretazione la situazione dell’attuale Repubblica Popolare Cinese. Per un’adeguata valutazione è necessario comprendere come si è giunti all’odierna condizione economico-sociale del paese. A seguito del XX Congresso del PCUS del 1956, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida di Mao Zedong, criticò, coerentemente con la teoria marxista-leninista, il revisionismo chruscioviano in URSS, che fu definito revisionismo moderno per distinguerlo dal revisionismo bernsteiniano-kautskiano. Tuttavia, subito dopo la morte di Mao nel 1976, un nuovo tipo di revisionismo si manifestò in Cina a seguito della presa del potere dell’ala destra del PCC, che faceva capo a Deng Xiaoping, dopo la condanna della cosiddetta Banda dei Quattro, un gruppo di dirigenti del Partito che aveva avuto un ruolo determinante nella Rivoluzione Culturale.

Contrariamente a quanto avvenuto in Unione Sovietica, in cui la figura di Stalin fu criminalizzata, il revisionismo denghista, che potrebbe essere definito come revisionismo contemporaneo, non attaccò mai apertamente Mao, ma continuò a celebrarlo e a rivendicare una, peraltro inesistente, continuità con la sua politica. Al contempo Deng elaborò la teoria del socialismo di mercato, o socialismo con caratteristiche cinesi, una soluzione strategica di media o lunga durata, in attesa di un non meglio definito ritorno al socialismo. Molti sostenitori delle attuali politiche della Cina paragonano le riforme di Deng con la Nuova Politica Economica (NEP), applicata da Lenin nell’URSS reduce dal conflitto mondiale e dalla guerra civile. Questo rappresenta tuttavia una valutazione fallace: la NEP prevedeva delle limitate concessioni al capitalismo al fine di ripristinare l’industria nazionale, devastata dalla guerra, nella prospettiva dell’accumulazione di forze necessarie per esser superata e si realizzava nel quadro della dittatura del proletariato (non vi erano capitalisti e miliardari nel Partito e il settore privato consentito non coinvolgeva i grandi mezzi di produzione ma solo i piccoli come il commercio interno) basata sul rafforzamento della classe operaia, mentre, come ad oggi è stato possibile constatare, in Cina il socialismo di mercato è stato una manovra di transizione dal socialismo al capitalismo vero e proprio, con reintroduzione dei rapporti di produzione tipici del capitalismo.

Conferma di quanto detto è la creazione delle Zone Economiche Speciali (ZES), nelle quali, a partire dal 1979, specifiche legislazioni economiche favoriscono e incoraggiano l’afflusso di capitale proveniente da multinazionali straniere attraverso una fiscalità vantaggiosa e una larga indipendenza per le imprese (è da sottolineare come il governo cinese abbia approvato recentemente un piano per la creazione di una nuova ZES, che porterà alla fondazione di un’imponente città chiamata Xiongan, e che ha visto immediatamente dopo l’annuncio governativo l’afflusso massiccio di speculatori intenzionati ad acquistare immobili nelle aree interessate da rivendere a prezzi raddoppiati). Merita inoltre di essere menzionata la cosiddetta teoria delle tre rappresentanze, dottrina ideata nel 2000 da Jiang Zemin, successore di Deng, che di fatto forniva all’imprenditoria ancora maggior riconoscimento politico e sociale e permetteva l’ingresso sempre più palese di elementi borghesi all’interno del Partito, ormai definitivamente deideologizzato, seppur già compromesso dalla gestione di Deng.

È bene chiarire a questo punto il seguente concetto: il socialismo prevede relazioni di produzione nelle quali la classe operaia ha il potere e, di conseguenza, detiene nelle sue mani i mezzi di produzione.

In questo senso, ha come condizione necessaria il dominio della proprietà statale su quella privata e la scomparsa progressiva di ogni mezzo di produzione privato, compresa la piccola proprietà. È inevitabile che ci siano differenze tra i vari paesi nella costruzione del socialismo, ma queste non possono esser mai di principio, ossia contraddicendone quelli universali che nel caso cinese rappresentano relazioni di produzione dove predomina il capitale privato con una tendenza al maggiore sviluppo dello stesso.

Per meglio comprendere l’importanza che le imprese private assumono in Cina, basta esaminare alcune cifre riguardanti il peso del settore privato nello stato a seguito della privatizzazioni massicce applicate da Deng in poi: nel 2005 il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali; inoltre la crescita delle imprese private è di gran lunga superiore a quella delle imprese statali (negli ultimi 3 decenni il 95% dell’aumento della forza-lavoro urbana è dovuta a compagnie private).

È dunque evidente come in Cina il ritorno al capitalismo sia pressoché completo, ma bisogna prendere in considerazione alcuni dati economici per convincersi del fatto che il paese sia ormai giunto anche alla fase imperialista.

Secondo la rivista Forbes, stimando il patrimonio in dollari, attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.

Inoltre, secondo la Chinese Sociological Review, nel 2012 l’1% della popolazione cinese possedeva oltre il 33% della ricchezza, mentre il 25% più povero meno del 2%.

Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Financial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.

Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.

Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.

In aggiunta a quanto detto bisogna anche considerare il ruolo della Cina nel blocco dei BRICS, alleanza imperialista, in cui svolge un ruolo da protagonista. Fa parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di cui sono membri anche la Russia e vari stati dell’Asia Centrale, e che si occupa non solo di sicurezza, ma anche di cooperazione economica (è importante il ruolo della SCO Interbank Association, che riunisce rappresentanze della banche delle nazioni aderenti all’organizzazione). Uno dei possibili sbocchi economici dell’Organizzazione, peraltro più volte suggerito dalla stessa Cina, potrebbe essere la creazione di un’area di libero mercato tra gli stati membri, ma già ad oggi sono previste norme che facilitino gli scambi commerciali interni.

La Cina ha annunciato inoltre di aver sospeso per il 2017 i suoi acquisiti di carbone dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea in applicazione delle sanzioni decise, su richiesta degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e che la Cina ha accettato). Ciò priva lo Stato socialista nordcoreano di 1 miliardo di dollari. La Cina sta anche lavorando per la creazione di un’area di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. L’imperialismo, il capitalismo monopolista, ha le sue leggi e ogni membro si muove sulla base della sua forza economica, militare e politica, nella direzione di rafforzare la propria posizione e la reddittività e competitività dei propri monopoli all’estero, a volte con “la pace” e, a volte, con mezzi militari. E’ su questa base che possiamo e potremo comprendere meglio gli eventi e alcune delle mosse cinesi che, in apparenza, seguono un approccio diverso rispetto a quello di altre potenze economiche capitaliste.

Appurato come anche la Russia svolga un ruolo di prim’ordine nella piramide imperialista internazionale, è necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.

Va a tale proposito ricordato come i lavoratori abbiano soltanto da perdere da un conflitto di questo tipo, e che, come insegna Lenin, i comunisti non devono schierarsi dalla parte di nessuno dei contendenti in gioco, disarmando politicamente, organizzativamente e ideologicamente la classe lavoratrice, ma al contrario devono stabilire una posizione indipendente di classe per sfruttare attivamente queste contraddizioni nella piramide imperialista al fine di indebolire le “proprie” borghesie nella direzione di rovesciare nei propri paesi il capitalismo, il potere della borghesia con le sue alleanze imperialiste, come l’UE e la NATO, rifiutando al contempo sia la guerra imperialista, sia la pace imperialista. Solo la lotta per un diverso modello di società potrà dare ai popoli la liberazione dallo sfruttamento e dal capitale, e questa lotta ha come artefici e alleati i proletari di ogni paese.

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2 Comments

  1. “Da quando il socialismo è diventato una scienza, va trattato come una scienza: va studiato” – F. Engels.

    Se si legge il Capitale coniugato a “La guerra civile in Francia” di Marx, si può ricavare il lucido ragionamento che non basta che lo Stato concentri i mezzi di produzione nelle sue mani e imponga la pianificazione dall’alto ai lavoratori pagati con un salario, cioè con il denaro. La grande analisi del capitale di Marx ed Engels ci portano dritti alla questione che il socialismo è l’abolizione del lavoro salariato, cioè lo scambio di forza lavoro contro denaro-salario. Socialismo è dunque la liberazione del lavoro pienamente realizzato dove la libertà e lo sviluppo umano integrale di ciascuno è la condizione del libero sviluppo integrale umano di tutti i lavoratori in quanto uomini che non solo lavorano per necessità, ma che sentono il lavoro come un bisogno creativo interiore di realizzazione liberato dalla sola contingente necessità.
    Quando lo stato detiene i mezzi di produzione si è di fronte al Capitalismo di Stato che fa le veci del capitalista generale attraverso produzione ed esportazioni, non importa con quali Paesi avvenga lo scambio, pur sempre regolato dal denraro e dalla legge del valore incorporato nelle merci. Ora, come nella dittatura del capitale i partiti politici attuali assicurano il libero sviluppo imprenditoriale della produttività del lavoro con il pluslavoro estorto dalla pelle degli operai, così il Partito Comunista, unico partito di governo durante la dittatura di transizione rivoluzionaria, assicura e difende la dittatura della classe operaia, protegge la dittatura politica della classe operaia a scopo sociale favorendo il libero sviluppo del lavoro collettivo, libero, associato, con il controllo dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori, che gestiscono autonomamente gli strumenti di lavoro, energia e materie prime sviluppando la produzione secondo un piano socializzato comune, organico, con la concatenazione tra settori industriali e dove gli ingegneri, sempre secondo questo piano, sono preposti dal Partito Comunista a garantire l’efficienza tecnica dell’organizzazione del lavoro e dei macchinari industriali in sintonia con gli operai. Ora per quanto riguarda la NEP, non solo una specifica letteratura marxista, ma qualsiasi libro di storia il cui autore sia onesto intellettualmente citando Lenin, non può esimersi dal ricordare che Lenin denominò la NEP “Capitalismo di Stato” che deteneva il grosso nucleo dei mezzi di produzione. Per quanto riguarda la Cina non si può parlare o avere dubbi su due termini incongruenti “socialismo (di) mercato”. In Cina vige il pieno sviluppo del grande capitale privato, nemmeno di Stato, dal momento che, oltre a vigere la piena regola ottocentesca del lavoro di 12 ore con estorsione piena del plusvalore a profitto di capitale imprenditoriale non solo straniero, ma soprattutto interno, lo Stato cinese, come qualsiasi altro Stato capitalista, regola la sua economia attraverso le concessioni ai capitalisti riservandosi il 50% del plusvalore prodotto dagli operai cinesi sotto forma di royalties o rendita. Dunque la Cina è da annoverare a pieno titolo tra i Paesi capitalisti che contratta o che è in concorrenza con Stati Uniti d’America, Unione Europea o Stati Uniti d’Europa, Giappone e Russia.

    Buona Festa della Liberazione dal Nazifascismo, buon Lavoro e lunga vita e sviluppo al Partito Comunista.

  2. Plusvalore assoluto e macchine industriali nella Cina a cavallo tra la seconda metà del XX secolo e i primi anni del XXI, marcano l’analogia con lo sfruttamento capitalistico, soprattutto tessile, analizzato da Marx nell’Inghilterra tra il 1799 e il 1834.
    La produttività del plusvalore assoluto marxiano si basa sul fatto che un numero decrescente di operai fornisce una massa di plusvalore sempre uguale, ma in compenso, proprio perché il numero degli operai diminuisce, costoro, come d’altronde il singolo operaio, devono fornire un lavoro aggiuntivo gratuito maggiore per l’imprenditore, cioè un pluslavoro maggiore, quindi sono sottoposti ad un prolungamento degli orari di lavoro.
    Poniamo:
    v = valore della forza lavoro ovvero ore di lavoro, cioè tempo necessario alla riproduzione della forza lavoro mediante mezzi di sussistenza,
    pv’ = saggio del plusvalore,
    n = numero degli operai.
    Indichiamo inoltre con Pv la massa di plusvalore prodotta da un dato numero di operai cinesi, come massa di valore non pagato. Poniamo inoltre il valore giornaliero della forza lavoro di un operaio cinese come pari a 40 Yuan di salario v. Se il prodotto di 1 ora di lavoro equivale a 6 2/3 yuan cristallizzati in 12 metri ½ di tessuto, in 8 ore varranno prodotti 100 metri di tessuto e 1 metro di tessuto sarà dunque l’espressione di valore di 0,53 1/3 Yuan.
    Se inizialmente dunque l’operaio cinese lavora 8 ore, di cui in 6 ore riproduce il valore della sua forza lavoro di 40 Yuan producendo 75 metri di tessuto, e nelle altre 2 ore lavora gratuitamente per l’imprenditore cinese fornendogli un plusprodotto di 25 metri di tessuto e quindi un plusvalore di 13 e 1/3 Yuan, il saggio del plusvalore sarà pari al 33 1/3%.
    pv’ = 13 1/3 Yuan pv/40 Yuan v = 33 1/3%.
    Se il numero n di operai che lavorano è pari a 150 mila, otterremo come massa del plusvalore:
    Pv = 40 Yuan v x 33 1/3% x 150.000 = Yuan 2.000.000.
    150 mila operai forniranno un pluslavoro gratuito di 300 mila ore che produrranno un plusprodotto di 3.750.000 metri di tessuto.
    Per rendere produttiva la produzione ed ottenere la stessa massa di plusvalore, se si riduce di 1/3 il numero di operai, da 150 mila a 100 mila, essi dovranno fornire all’imprenditore cinese, la stessa massa di plusvalore pari a 2 milioni di yuan, ma il pluslavoro non pagato al singolo operaio aumenta di 1 ora, quindi 100 mila operai dovranno fornire un pluslavoro superiore del 50%, saranno 100 mila operai e non più 150 mila a fornire 300.000 ore di pluslavoro quindi un plusprodotto di 3.750.000 metri e un plusvalore di 2.000.000 di Yuan. Prolungando il lavoro giornaliero di un operaio cinese a 9 ore, costui dovrà fornire il 50% in più di pluslavoro, cioè il suo pluslavoro aumenta della metà, da 2 ore a 3 ore gratuite di lavoro, a profitto dell’imprenditore cinese, il quale disporrà di un plusprodotto pari a 37 m e ½ di tessuto fornitogli da ciascun operaio anziché di 25 metri. Ne consegue che il singolo operaio cinese deve ora produrre complessivamente 112 metri e ½ di tessuto, di cui 75 metri, venduti dall’imprenditore, reintegreranno il suo salario di 40 Yuan al giorno, mentre i rimanenti 37,5 metri venduti frutteranno all’imprenditore 20 Yuan di plusvalore.
    6 ore di lavoro necessario x 50% = 3 ore di pluslavoro.
    pv’ = 20 yuan pv/40 yuan v = 50%.
    La massa di pluslavoro fornita da 100 mila operai sarà pari a 300 mila ore di lavoro gratuito equivalenti a 2 milioni di Yuan. Ma per fornire 300 mila ore di pluslavoro, e quindi una massa di plusvalore pari a Yuan 2.000.000, i 100 mila operai, proprio perché ridotti di numero, di 1/3 rispetto ai 150 mila precedenti, dovranno fornire un pluslavoro aggiuntivo di 100 mila ore, proprio come il singolo operaio, che deve fornire 1 ora in più di pluslavoro, 3 ore anziché le 2 ore precedenti, lavorando complessivamente 9 ore anziché 8 ore al giorno.
    Pv = 40 yuan v x 50% x 100.000 operai = Yuan 2.000.000.
    Se invece gli operai vengono ridotti a 50 mila, sarà la metà degli operai precedenti a fornire 300 mila ore di pluslavoro e una massa di plusvalore Pv pari Yuan 2.000.000. Ciascun operaio dovrà lavorare 12 ore e dovrà fornire 6 ore di pluslavoro non pagate, durante le quali produrrà 75 metri di tessuto plusprodotto anziché i 37,5 metri precedenti. Produrrà complessivamente 150 metri di tessuto. Di cui 75 metri venduti dall’imprenditore reintegreranno il suo salario di 40 Yuan e gli altri 75 metri saranno plusprodotto gratuito. Dovrà fornire dunque all’imprenditore cinese un pluslavoro doppio, non di 3 ore, ma di 6 ore quindi un plusvalore non più di 20, bensì di 40 Yuan. Dunque perché 50 mila operai forniscano una massa di pluslavoro pari a 300 mila ore, ogni operaio dovrà fornire 6 ore di pluslavoro anziché 3 ore fornite precedentemente e complessivamente da ciascuno dei 100 mila operai.
    Il saggio di plusvalore si trasformerà quindi in un grado di sfruttamento del 100%.
    6 ore di lavoro necessario x 100% = 6 ore di pluslavoro.
    pv’ = 40 yuan pv /40 yuan v = 100%.
    La massa di plusvalore sarà data da:
    Pv = 40 yuan v x 100% x 50.000 operai = Yuan 2.000.000.
    Se nel settore dei mezzi di sussistenza raddoppia la produttività del lavoro e il peso della massa di valore del capitale costante c è tale da determinare una riduzione media del 25% del valore dei mezzi di sussistenza, il salario dell’operaio cinese calerà dai 40 Yuan giornalieri a 30 Yuan perché l’operaio, essendo il prodotto di 1 ora di lavoro pari a 6 2/3 Yuan, sarà messo nelle condizioni di riprodurre il valore della sua forza lavoro in 4 ore e mezza, cioè in un tempo necessario di ¼ in meno. Di conseguenza 10 Yuan diventeranno plusvalore equivalenti 1 ora ½ sarà pluslavoro di cui si appropria l’imprenditore cinese. L’operaio quindi lavorerà gratuitamente per l’imprenditore non più 6 ore, bensì 7 ore e mezza fruttando all’imprenditore un plusvalore complessivo di 50 Yuan.
    Il saggio del plusvalore sarà quindi del 166 2/3%:
    pv’= ( 7 ore ½)50 Yuan pv/( 4 ore ½)30 Yuan v = 166 2/3%.
    L’altro aspetto dello sviluppo del plusvalore relativo cinese è che l’introduzione massiccia di telai Jacquard informatici di prima generazione, permette di assorbire, sussumere sotto il capitale, non solo un cinese uomo con il salario di 40 yuan al giorno, ma altri altri 3 componenti della sua famiglia: la moglie, una fanciulla, ed un bambino cinesi complessivamente con lo stesso salario che prima percepiva l’uomo per intero: ogni componente avrà in media ¼ del salario. Il lavoro dei 4 componenti nell’industria tessile produce un pluslavoro relativo in media quattro volte superiore, cioè anziché trasformare al telaio 75 metri di filato in tessuto, 4 componenti trasformano 300 metri di filato in 300 metri di tessuto plusprodotto, mentre ogni lavoratore percepisce in media 10 Yuan anziché 40, quindi con essi ogni componente comprerà, 18 metri e ¾ di tessuto anziché i 75 metri prima spettanti per intero al tessitore cinese. Il risultato della quantità di tessuto che la famiglia percepirà non cambia, riceverà complessivamente sempre 75 metri di tessuto, ma il salario di ogni operaio si è ridotto di ¼ quindi è aumentato il grado di sfruttamento del lavoro perché il lavoro di 6 ore viene pagato a ciascun componente di famiglia 10 Yuan. Però il prodotto di 1 ora di lavoro è sempre pari a 6 2/3 Yuan, quindi il pluslavoro di 6 ore continua ad essere espresso sempre nel plusvalore di 40 Yuan. Il salario di 40 Yuan viene però distribuito su 4 lavoratori.
    Di fronte a 40 Yuan di salario di tutti e quattro i componenti familiari, sta un plusprodotto complessivo di 300 metri di tessuto, quindi un pluslavoro di 24 ore complessive e un plusvalore di 160 Yuan per l’imprenditore, che, ripartito sul plusvalore fornito da ogni componente, dà 40 Yuan a fronte di 10 Yuan di salario individuale.
    Il saggio del plusvalore sarà pari quindi al 400%.
    pv’=40 Yuan pv/10 Yuan v = 160 Yuan Pv/40 yuan V = 400%.

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