Truppe USA anche in Estonia. Trump a Gentiloni: «Aumentare spese militari nella NATO»

*di Salvatore Vicario

Continuano i movimenti e dispiegamenti di truppe NATO nell’Europa centrale e orientale. Come parte dell’implementazione dell’Operazione Atlantic Resolve sono giunti in Estonia nella giornata di lunedì, carri armati e veicoli da combattimento USA. Oltre 50 unità, tra cui 4 carri armati tipo M1A2 Abrams e 15 veicoli da combattimento di fanteria Bradley, sono arrivati nella città di Tapa, nel nord del paese baltico, secondo quanto reso pubblico dalle Forze di Difesa dell’Estonia attraverso un comunicato. L’equipaggiamento militare raggiunge il personale della Charlie Company del 68° Reggimento Corrazzato del 1° Battaglione della 4° divisione di fanteria dell’esercito degli Stati Uniti giunto in città il 30 gennaio scorso.

Il Pentagono ha annunciato a sua volta tramite un comunicato che la rotazione degli equipaggiamenti e truppe americane è una delle diverse operazioni che si realizzano con l’obiettivo di estendersi dalla Polonia ad altri sette paesi dell’Europa Centrale e dell’Est come parte di una presenza blindata nella regione: «Atlantic Resolve – si afferma nel comunicato – è una dimostrazione dell’impegno continuo degli USA con la sicurezza collettiva attraverso una serie di azioni progettate per tranquillizzare gli alleati della NATO e partner degli USA, e garantire la pace duratura e stabilità nella regione alla luce dell’intervento russo in Ucraina».

 FILE PHOTO © David Mdzinarishvili / Reuters
FILE PHOTO © David Mdzinarishvili / Reuters

Dispiegamento delle forze militari NATO in Europa centrale e orientale

L’operazione Resolve Atlantic ha avuto inizio nel mese di aprile del 2014, nel quadro degli sviluppi del conflitto in Ucraina, finanziata nell’ambito della cosiddetta “Iniziativa per la Rassicurazione Europea” ed è stata progettata a sostegno della NATO incrementando la presenza militare statunitense in Europa e rafforzando le esercitazioni congiunte (dall’inizio dell’operazione esercitazioni militari sono state condotte in Estonia, Lettonia, Polonia, Romania, Bulgaria e Ungheria). Dopo i contingenti e mezzi giunti nel 2015 e 2016, una nuova spedizione di forze si sta implementando dal mese di gennaio con l’arrivo in Europa di 2.800 mezzi militari degli USA, tra cui 87 carri armati Abrams, artiglieria Paladin, 144 veicoli da combattimento Bradley e 4.000 soldati giunti inizialmente in Polonia e poi dispiegati in sette paesi, compresi gli Stati Baltici, Bulgaria, Romania e Germania dove è di stanza il comando dell’operazione. A metà gennaio l’Estonia e la Lituania hanno anche firmato degli accordi con gli USA che regolano lo status e il quadro del dispiegamento di mezzi e soldati statunitensi sul territorio dei due Paesi Baltici, fornendo un quadro giuridico alla presenza di personale militare e dei loro familiari in questi paesi così come l’utilizzo dei siti militari locali da parte dell’esercito nordamericano e attività comuni di difesa.

Questo dispiegamento si somma allo sviluppo delle decisioni dell’ultimo Vertice NATO di Varsavia nel luglio del 2016 dove è stato deciso il più grande dispiegamento militare in Europa – e in particolare alle frontiere con la Russia – dai “tempi della guerra fredda” attraverso la formazione di 4 battaglioni multinazionali in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, a cui partecipa anche l’Italia con l’invio di 140 soldati in Lettonia. I dettagli decisi poi lo scorso 26 e 27 ottobre, nella riunione dei Ministri della Difesa NATO a Bruxelles, costituiscono pericolosi piani contro i popoli in tutto l’arco che comprende l’Europa Orientale, il Mar Nero e il Mediterraneo, con la promozione e il rafforzamento dello schieramento di forze militari dei paesi dell’alleanza inter-statale militare imperialistica della NATO nella competizione con altri centri imperialisti, in particolare la Russia. Gli USA, guidati allora da Obama, chiesero un impegno vincolante all’Europa per la formazione di 4 battaglioni di 4.000 soldati come parte di una “nuova strategia di deterrenza” combinata con la difesa missilistica, pattugliamenti aerei e le difese contro gli attacchi informatici.

In particolare saranno così formati: un battaglione multinazionale della NATO schierato in Lettonia sotto il comando del Canada con forze provenienti da Albania, Italia, Polonia e Slovenia; un secondo battaglione schierato in Lituania, sotto il comando tedesco, con forze di Belgio, Croazia, Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Norvegia; un terzo battaglione schierato in Estonia, sotto amministrazione britannica e con forze dalla Danimarca e Francia; un quarto battaglione in Polonia, sotto il comando degli Stati Uniti, con forze dalla Romania e Gran Bretagna. Tali battaglioni si aggiungono inoltre alle 40.000 unità militari già schierate della forza di reazione rapida della NATO. Anche nel Mar Nero si sviluppa una strategia simile con la formazione di una brigata multinazionale della NATO in Romania con unità di terra, mare e aria, nel mentre che la Norvegia per la prima volta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ha concesso la presenza di truppe straniere sul suo territorio con 330 marines che da gennaio sono di stanza nel paese in una base a circa 1.000 km dal confine con la Federazione Russa.

Trump chiede agli alleati di rispettare gli accordi per incremento spese militari

La scorsa domenica, il presidente degli USA, Donald Trump, ha annunciato al Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, che incontrerà i suoi omologhi degli altri paesi della NATO al Vertice del prossimo 24-25 maggio a Bruxelles. In una dichiarazione della Casa Bianca si è evidenziato che Trump e Stoltenberg «hanno discusso su come incoraggiare tutti gli alleati della NATO ad adempiere ai loro obblighi sui costi della difesa». Il Vertice NATO si svolgerà alla vigilia del G7 di Taormina (26-27 maggio) a cui il presidente USA ha confermato la presenza in una telefonata col primo ministro italiano, Gentiloni, nella quale Trump ha ribadito l’impegno degli USA nella NATO rinnovando però la richiesta di rispettare gli impegni nell’alleanza di incremento delle spese militari italiane (oggi circa 80mln al giorno) sino al 2 per cento del PIL (circa il doppio rispetto ad oggi) e annunciando anche che nei prossimi mesi potrebbero esserci una serie di cambiamenti nella presenza miliare statunitense sul nostro territorio con l’ampliamento del numero delle navi, con possibile riflesso nella VI flotta di stanza a Napoli e una rimodulazione (di numero e tipo) delle testate nucleari presenti nelle basi USA in Italia.

L’imperialismo italiano “chiede” la Libia a Trump

Gentiloni ha enfatizzato l’importanza del ruolo della NATO e della partnership strategica tra i due paesi, ricordando l’impegno italiano negli interventi militari all’estero – eufemisticamente chiamate di peacekeeping o interventi umanitari e di pace – chiedendo il riconoscimento e sostegno da parte degli USA al ruolo dell’Italia nel caos Libia considerato da sempre il “proprio giardino di casa” dall’imperialismo italiano che punta a consolidare il governo Serraj, cliente del governo italiano e col quale è stato appena siglato un antipopolare accordo con la recente visita del ministro degli Interni, Minniti, ufficialmente per “ridurre il flusso dei migranti”. Il governo fantoccio di Sarraj, nonostante sia l’unico riconosciuto dall’ONU, è in realtà molto debole, dipendente dalle milizie di Misurata senza riuscire a controllare del tutto nemmeno Tripoli dove si disputano il controllo di quartieri e edifici strategici diverse milizie rivali. Il governo imperialista italiano cerca così l’appoggio degli USA per salvaguardare i suoi “mediati” interessi in Libia con la preoccupazione che Trump possa invece optare per accordarsi direttamente con la Russia (divenuta dopo la Siria un attore determinante nel Mediterraneo con basi militari a Cipro, Egitto e in futuro anche in Libia da cui i suoi capitalisti erano stati cacciati nel 2011 dall’operazione franco-britannica-americana) che controlla il governo rivale di Tobruk, guidato da Abdullah al-Thani e dal generale Khalifa Haftar, appoggiato anche dall’Egitto di Al-Sisi (soprattutto), dalla Francia e Gran Bretagna (più defilate) nel quadro della disputa inter-imperialista per la spartizione del territorio e delle risorse energetiche del sottosuolo tra i rispettivi monopoli quali Eni, Total, Gazprom, Bp, Shell, Exxon ecc. il tutto ammantato dalla retorica “umanitaria” e “lotta al terrorismo”. Questa eventualità rischia di sparigliare le carte e penalizzare l’Italia che mira almeno a salvaguardare il territorio sotto il suo controllo della Tripolitania dove l’ENI ha mantenuto maggiormente i suoi pozzi e livello d’affari.

Il governo Gentiloni punta ancora sull’imperialismo USA come garante del suo ruolo privilegiato in Libia, mettendo sul piatto, tra le altre, il suo impegno in Afghanistan e Iraq (a Mosul a protezione di una diga costruita da un monopolio italiano) al fianco dei piani statunitensi, le servitù militari nel nostro territorio come la base militare di Sigonella per i raid aerei USA proprio in Libia. Sul suolo libico sono già presenti anche militari italiani, una cosiddetta “missione militare sanitaria” (Operazione Ippocrate) a sostegno delle truppe che appoggiano il governo Saraj (in particolare nella battaglia di Sirte conquistata dalle milizie di Misurata in conflitto con quelle di Haftar) controlla le coste con navi militari italiane in acque libiche (la San Giorgio nel quadro dell’operazione Sophia di Eunavformed).

Cresce il coinvolgimento dell’Italia nei piani imperialisti di NATO e UE

Per il 2017, il Governo Gentiloni ha incrementato le spese militari per missioni all’estero che salgono da 1,19 a 1,28 miliardi – secondo l’Osservatorio sulle spese militari italiane (Mil€) – con spese triplicate proprio per la missione in Libia e un incremento in quelle delle missioni NATO nel Baltico e Mar Nero in chiave anti-Russa. Nel complesso sono 7.600 uomini, 1.300 mezzi terrestri, 54 mezzi aerei e 13 navali in decine di missioni attive in 22 Paesi, nel Mar Mediterraneo e nell’Oceano Indiano, la cui principale è in Iraq con il contingente maggiore composto da 1500 uomini (420 mezzi terrestri e 17 mezzi aerei), segue l’Afghanistan con 900 soldati (148 mezzi terrestri e 8 elicotteri).

Da gennaio di quest’anno è entrata inoltre in vigore la nuova legge-quadro che regola le missioni militari all’estero che di fatto cancella definitivamente l’art.11 della Costituzione già ampiamente eluso negli ultimi 25 anni (Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Somalia, Libano ecc.). Con questa nuova legge, lo Stato borghese italiano si dota di una legge organica che supera le contraddizioni costituzionali e legittima sul piano legale la partecipazione a guerre e interventi in altri paesi. Questo è ciò che prevede, in sintesi:

a) Le missioni militari all’estero, sia di peace-keeping che di peace-emforcement, oltre quelle con mandato ONU, saranno da adesso anche quelle istituite nell’ambito dei conglomerati imperialisti di cui l’Italia è membro, come l’Unione Europea e la NATO; b) Ma non solo, la legge include anche le missioni istituite nelle coalizione create su una crisi specifica sulla base di decisioni unilaterali dei paesi che vi aderiscono, infine si riferisce anche alle missioni “finalizzate ad eccezionali interventi umanitari”. c) L’invio di militari all’estero può avvenire in ottemperanza di obblighi di alleanze, o in base ad accordi internazionali o intergovernativi, o per eccezionali interventi umanitari, ma – precisa la Legge – nel rispetto della legalità internazionale e delle disposizioni e finalità costituzionali che sono però di fatto ampiamente eluse.

In continuità con i precedenti governi, anche quello guidato da Gentiloni, conduce la stessa politica al servizio della borghesia italiana collusa con l’imperialismo statunitense e europeo, partecipando attivamente nei piani imperialisti e mostrando ogni volta la sua volontà di impegnare il paese ancora di più per promuovere i profitti e interessi dei monopoli italiani mediati nelle loro alleanze interstatali come l’UE e la NATO. Il militarismo borghese cresce in proporzione alle contraddizioni della crisi capitalistica dove soffiano sempre più forti i venti della reazione (nazionalismi, xenofobia, razzismo ecc.) e di guerra i cui focolai assumono sempre più caratteristiche del pericolo di una conflagrazione su scala generale, come risoluzione delle dispute inter-imperialiste per lo sfruttamento delle risorse naturali, petrolio, gas, acqua, fornitura e trasporto di energia, per maggiori profitti dei monopoli e conquistare quote di mercato, mentre migliaia di persone sono costrette a lasciare le loro case a causa di guerre imperialiste seminate dagli USA, la NATO, l’UE (con l’attiva partecipazione dell’Italia) nella competizione con la Russia e altri centri imperialisti, con un Mediterraneo trasformato in una gigantesca fossa comune.

Diviene sempre più una necessità urgente rigenerare un movimento contro la guerra nel nostro paese, antimperialista e di classe, per rafforzare la lotta contro ogni coinvolgimento del nostro paese nei piani imperialisti in particolare alla luce dei crescenti piani e antagonismi inter-imperialisti, con pericolosi interventi nel Mediterraneo orientale e nell’Europa dell’Est. La lotta per l’uscita dalla NATO, e da ogni alleanza interstatale imperialista, la chiusura di tutte le basi USA/NATO nel nostro territorio, dei depositi nucleari, il ritiro delle nostre forze armate dalle missioni di guerra all’estero, il sabotaggio delle guerre imperialiste è tutt’una unita alla lotta per rovesciare il sistema capitalistico di sfruttamento marcio che genera crisi, guerre e rifugiati.

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