Voucher: il vaso di Pandora della CGIL

di Franco Specchio

La vicenda dei funzionari della cgil pagati, in tutta Italia e non solo a Bologna, con i peggiori strumenti del Jobs-act renziano, i voucher, è stata accompagnata da uno sdegno più che giustificato, ma anche da analisi e formulazioni di condanna insufficienti, se non fuorvianti.

Le argomentazioni più ricorrenti, soprattutto usate dagli opportunisti piccolo-borghesi, rappresentati nella falsa sinistra e nella finta opposizione interna alla cgil, sostengono una pretesa incoerenza tra questa pratica e la linea di opposizione al Jobs-act scelta dalla cgil e dimostrata, a parere loro, dalla richiesta dei referendum abrogativi di alcuni articoli dello stesso. Questi signori fingono di non sapere che lo strumento spuntato dei referendum, che si vuole sostituire all’esercizio di un conflitto vero e forte, rappresenta solo una modalità di contrattazione tra sindacato-azienda e governo e padroni, con la quale si vogliono ottenere ulteriori vantaggi e prerogative per strutture e soggetti finto-sindacali. Essi ormai hanno la sola finalità di tutelare ed estendere i loro personali interessi. Non bisogna neppure sottovalutare i ritorni sempre negativi che si sono realizzati con queste esperienze referendarie, particolarmente gravi per i tentativi operati sugli art. 18 e 19 dello Statuto dei Lavoratori.

Volendo tornare invece ai finti scontri governi-padroni-sindacaticollaborativi, senza evocare i litigi mediatici tra Renzi e la Camusso, o le urla carnevalesche di Landini contro Marchionne, dobbiamo prendere atto che ciò si è concluso con la firma di ormai numerosi contratti nazionali, segnatamente quello dei metalmeccanici, che hanno siglato ufficialmente il passaggio alla fase di collaborazione piena, il salto dall’altra parte del tavolo di contrattazione, l’applicazione completa del TUR del 10 gennaio 2014 nel privato e dell’accordo del 4 aprile 2016 nel pubblico, accordi siglati anche dai sindacati oggi ancora solo concertativi, e cioè Usb e Cobas.

Non si tratta, infatti, di valutare solo i pessimi aspetti quantitativi, che sarebbero anche ridicoli, se non significassero altre lacrime e altro sangue per i lavoratori, quanto il fatto che si formalizza il passaggio di una quota di salario, chiamata elegantemente “welfare”, alla gestione diretta dei sindacati-azienda, che erogheranno così servizi, addirittura sanitari, ma anche distribuzione di merci sostitutive di salario in moneta. Si arriva addirittura al fatto che, in mancanza di utilizzo di tali ticket, le quote equivalenti in moneta andrebbero a rimpinguare i famigerati “fondi pensione”, sempre gestiti dalle centrali sindacali. Segnaliamo che già i sindacati-azienda gestivano, in nome e per conto dei governi borghesi o dei padroni, servizi od opportunità o relazioni (si è detto dei fondi pensione, ma si pensi alle certificazioni di reddito, di posizione lavorativa, di status internazionale, di formazione, di certificazione e controlli di sicurezza, di certificazione e controlli di salubrità), ma è la prima volta che si affida a loro la destinazione, la fonte e le modalità di erogazione di quote di salario. Di fronte a ciò la classica “cogestione” sul modello tedesco, che agisce invece sulla condivisione di quote di capitale e quindi di profitto o perdite in conto capitale, impallidisce ed apre un varco storico per la collaborazione organica capitale-falsi sindacati. Rispetto a tutto ciò, finanche il modello fascista basato sulle corporazioni diviene opaco e poco significativo.

L’altra argomentazione usata sul fenomeno dei voucher è quella di stampo moralistico, per intenderci di quelle classiche del movimento 5 stelle, secondo cui ciò dimostrerebbe la semplice omologazione della cosiddetta “casta sindacale” alla “casta politico-istituzionale”. L’argomentazione è tendenziosa e perciò estremamente pericolosa, perché attacca non questi finti sindacati, bensì la funzione generale del sindacato nella società capitalistica, negando la necessità dell’organizzazione, della pratica non spontaneistica e non semplicemente volontaristica, nonché l’esigenza di un impegno soggettivo specifico e qualificato nella difesa degli interessi immediati, a partire da quelli economici, di tutti i lavoratori. Sono anche argomentazioni ipocrite, perché fingono di non tener conto del grado di corruzione materiale e morale (anche sul piano dei sistemi valoriali borghesi) cui sono giunti i sindacati collaborazionisti nel nostro Paese. Non c’è limite al peggio, ma è molto pervasivo il sistema, se una camera del lavoro importante come quella di Napoli ed un comitato regionale come quello della Cgil-Campania vengono costretti al commissariamento per aver accumulato circa 60 (sessanta) milioni di debiti di gestione, dovendosi mettere in vendita, senza successo, il grattacielo di proprietà cgil di Napoli, acquistato con i contributi volontari di noi lavoratori campani.

Allo stesso modo va superato il vezzo, praticato talvolta colpevolmente anche da noi, di voler assumere ancora valida la categoria generalista ed indistinta di sindacato, già ampiamente abusata a partite dagli anni ’80 dai fautori (Lama in testa) dell’unità organica dell’allora cgil con i sindacati gialli cisl e uil.

Così pure non c’è una generica crisi del sindacato, bensì la crisi verticale ed irreversibile dei sindacati collaborazionisti, cui si risponde dovendo mettere sempre più in evidenza il carattere aziendalista e la collocazione anche formalmente separata e contrapposta della cgil rispetto alla classe. Qui sta la natura qualitativa e perversa dell’uso dei voucher per remunerare tanti funzionari dell’organizzazione, distinti verso il basso e quindi subalterni, organicamente precari e flessibili, asserviti ai capetti sindacali (bonzi sarebbe una definizione immeritata). Una volta erano per noi lavoratori dei rivoluzionari di professione destinati alla lotta sindacale, ora occupano per lor signori l’ultimo gradino di una scala collaborazionista screditata e sempre più isolata.

Ritorna a questo punto una domanda retorica che poniamo da mesi e mesi: che ci fa e che ci può fare un Comunista, oggi, in questa Cgil? Assolutamente nulla, se non altri danni. La risposta diventa ancora più perentoria se si tiene conto che è in atto, immanente, un processo che viene ed attraversa la classe operaia e si chiama costruzione del sindacato di classe. Certo, è un processo difficile ed ancora in via di definizione, ma esso coinvolge decine di migliaia di lavoratori veri, non più qualche piccolo borghese frustrato, e coinvolge tutti i territori e tutte le categorie del nostro Paese. Ha trovato linfa dai quadri più valorosi e coraggiosi, proveniente in larga misura dalle importanti e significative esperienze del sindacalismo di base, esperienze che hanno avuto il merito storico di aver tenuto aperto il crinale del conflitto sindacale nel nostro Paese. Un processo che si è però subito aperto, sulla base di un avviato esperimento federativo tra i compagni del SGB e della CUB, al complesso delle avanguardie operaie e dei lavoratori, senza settarismi ma anche senza cedimenti, seppure tattici.

I compagni fratelli del KKE greco hanno dovuto lavorare duramente, a fianco e dentro la classe, per costruire insieme agli altri lavoratori quella formidabile organizzazione che si chiama PAME. Per noi potrebbero non essere necessari decenni, ma è comunque illusorio ed opportunistico pensare di andare avanti semplicemente assecondando la pratica consolidata da prc e pdci, quella dell’uno stia nel sindacato che più gli aggrada, anche per meri calcoli ed interessi personali.

Nel mentre i Comunisti lavorano per la costruzione delle cellule di Partito, per radicare e cementare le forze e le militanze, non possono essere screditati da appartenenze ormai insopportabili per la classe, né operare separatamente dai reali conflitti e dalle materiali battaglie in fabbrica.

I Comunisti, come componenti del reparto dell’avanguardia organizzata della classe operaia, non possono che stare alla testa della lotta di classe, nel fuoco delle lotte che vanno, sempre di più, trasformate da lotte difensive in lotte offensive per il lavoro, il salario, la sicurezza, nella prospettiva risolutiva del socialismo-comunismo.

Con e per il Sindacato di Classe non ci possono essere voucher, ci può essere solo il giusto salario, nella prospettiva strategica dell’abolizione del lavoro salariato.

 

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