La vera responsabilità dei sindacati nella vicenda Almaviva

di Paolo Spena

Il caso di Almaviva, che a Roma chiuderà lasciando senza lavoro 1666 dipendenti, è da un lato il risultato delle politiche filo-padronali europee, dall’altra l’ennesima testimonianza dell’enorme stato di arretratezza dell’organizzazione sindacale in Italia. Proprio sul caso romano, non a caso, è giunto da parte del Movimento 5 Stelle l’ennesimo attacco nei confronti non solo del sindacato, ma dell’idea stessa di una forma di organizzazione sindacale dei lavoratori sul proprio luogo di lavoro. «I partiti e i sindacati ormai condividono tutti lo stesso destino. L’epoca della rappresentanza è finita. Ognuno si metta l’elmetto e inizi a rappresentare se stesso» – questo ha scritto Luigi Di Maio, figura di spicco del M5S, commentando un video in cui i lavoratori di Almaviva, esasperati, accusano i sindacati e in particolare la CGIL di essere responsabili del loro licenziamento.

È noto che la chiusura di Almaviva a Roma giunge in seguito al rifiuto, da parte delle RSU romane, di ratificare l’accordo con Almaviva proposto dal Ministero dello Sviluppo Economico, che avrebbe sostanzialmente rimandato il termine del 21 dicembre al 31 marzo 2017, ricorrendo alla cassa integrazione per i lavoratori. A nulla è servita la nuova consultazione proposta negli ultimi giorni dalla CGIL, che ha visto i lavoratori esprimersi in favore dell’accordo. Un accordo al ribasso, come avviene sistematicamente da anni, del tutto accondiscendente al ricatto di una grande azienda che pone ai lavoratori l’alternativa fra il licenziamento o l’accettazione di continui peggioramenti delle condizioni salariali e dei diritti sul lavoro.

Abbastanza diffusa fra i lavoratori romani di Almaviva è la convinzione che i sindacati confederali siano responsabili del loro licenziamento, quasi più di quanto non lo sia la stessa azienda. «Saremo i primi nella storia ad essere stati licenziati dalla CGIL», dice una lavoratrice in un video. L’idea che prende piede è che la scelta di non firmare l’accordo sia stata niente più che una mossa in difesa dell’“orgoglio” e degli interessi di una burocrazia sindacale, espressione di una “radicalità” inaccettabile quando c’è in gioco il futuro di centinaia di lavoratori. A soffiare sul fuoco c’è il Movimento 5 Stelle, che tuona contro il sindacato affermando che i singoli lavoratori dovrebbero “rappresentare sé stessi”.

Le forze sindacali collaborazioniste – CGIL, CISL, UIL, UGL ecc – sono indubbiamente responsabili di quanto avviene oggi, ma nel caso romano il loro “peccato” non sta certo nell’aver rifiutato l’ennesimo accordo al ribasso con Almaviva. Chi afferma questo, parlando di sindacati che hanno tradito i lavoratori, sta affermando che il ruolo del sindacato debba essere quello di accettare ogni compromesso al ribasso, cedendo a ogni ricatto del padrone per evitare ripercussioni ancora maggiori sui lavoratori. Un’idea di sindacato che, questa sì, rappresenta un tradimento del mondo del lavoro, e che non a caso è ciò che i sindacati concertativi hanno fatto per anni e continuano a fare.

La più grande responsabilità dei sindacati concertativi, e in primo luogo della CGIL, è quella di aver illuso per anni i lavoratori accettando compromessi al ribasso e accordi di “solidarietà” spacciati ogni volta per vittorie sindacali. In tutti questi anni ogni compromesso, ogni accettazione di condizioni contrattuali peggiorative è stato giustificato dicendo che altrimenti l’azienda avrebbe fatto di peggio; si cantava vittoria mentre nei fatti si arretrava, avanzando nella medesima direzione voluta dall’azienda.

I fatti hanno però la testa dura e spesso presentano un conto salato. Almaviva è una grande azienda che per anni ha beneficiato di sostegno pubblico e agevolazioni, mentre imponeva riduzioni del costo del lavoro grazie ai contratti di “solidarietà” negoziati con la complicità dei sindacati concertativi, in altre parole grazie al continuo ricatto nei confronti dei lavoratori con la minaccia di delocalizzare all’estero. In tanti che lavorano con contratti di solidarietà (frutto quindi di compromessi già accettati in passato), oggi vengono scaricati in seguito al rifiuto di un compromesso ancora peggiore. È evidente non solo che la strada dei compromessi al ribasso non può portare a null’altro che all’accettazione di ogni ricatto padronale, ma anche che il ruolo del sindacato non può essere quello di limitarsi ogni volta a negoziare condizioni ugualmente peggiorative, magari solo diluite nel tempo.

Quello che fa Almaviva non è nulla di diverso da ciò che fanno i padroni in tutta Europa. Il mercato comune transnazionale, la libera circolazione dei capitali e della forza-lavoro, la moneta unica, sono gli strumenti con cui i padroni conducono un attacco ai diritti generalizzato nei confronti dei lavoratori di tutto il continente, imponendo una competizione al ribasso fra le condizioni salariali di paesi differenti che vedono i propri “mercati del lavoro” diventare compenetranti. Se non accetti di lavorare a Roma nelle stesse condizioni dei lavoratori rumeni, scatta la delocalizzazione in Romania. Un ricatto che oggi le grandi imprese come Almaviva possono imporre senza trovare alcun ostacolo, grazie a una legislazione ampiamente favorevole ai loro interessi e alla complicità politica dei governi e dei sindacati che in questi anni sono stati disposti ad accettare ogni compromesso nella logica della “concertazione”.

Dinanzi a questo enorme attacco di classe, che si traduce in un massiccio trasferimento di ricchezza dalle mani dei lavoratori in quelle dei padroni, il compito di un vero sindacato dei lavoratori dovrebbe essere quello di rispondere a questo attacco alzando il livello dello scontro, utilizzando ogni strumento di lotta necessario, dallo sciopero fino all’occupazione e al controllo operaio dei luoghi di lavoro per difendersi dal ricatto della delocalizzazione delle strutture all’estero, mobilitando realmente i lavoratori contro le politiche padronali. Un governo che anteponga gli interessi delle classi popolari ai profitti delle grandi imprese, invece di proporre accordi al ribasso o piani di risanamento con fondi pubblici che socializzano le perdite lasciando i profitti in mano privata, risponderebbe con la nazionalizzazione delle imprese che annunciano la chiusura. Misure di rottura che, per capirci, difficilmente il Movimento 5 Stelle avrebbe avuto il coraggio di porre in essere, se si fosse trovato al governo in questi giorni.

Oggi non esiste in Italia un sindacato di classe, capace di rispondere colpo su colpo all’attacco che viene condotto a danno dei lavoratori. L’arretratezza sindacale si tramuta in complicità, quando gli stessi sindacati concertativi contribuiscono a legittimare con il loro consenso le politiche padronali. Il rifiuto di un accordo, in questo senso, resta un caso isolato in assenza di una coerente opposizione portata avanti grazie alla mobilitazione dei lavoratori.

La risposta a questa arretratezza, tuttavia, non è e non può essere il rifiuto del sindacato come forma di organizzazione dei lavoratori, posizione espressa dal Movimento 5 Stelle. Si afferma, giustamente, che i sindacati di oggi non fanno gli interessi dei lavoratori, ma al contempo ogni volta che un sindacato rifiuta un accordo al ribasso con il padrone si tuona contro di esso, affermando che bisogna abbandonare ogni “radicalità”, cioè ogni posizione più avanzata e coerente, se c’è in gioco la pelle dei lavoratori. Due argomenti intrinsecamente contraddittori fra loro, che tuttavia vengono utilizzati assieme per attaccare l’idea stessa dell’organizzazione collettiva dei lavoratori in un sindacato.

Quando Di Maio dice «ognuno si metta l’elmetto e inizi a rappresentare se stesso» non parla di sviluppare il protagonismo dei lavoratori contro le burocrazie sindacali, ma di eliminare piuttosto ogni forma di organizzazione, lasciando di fatto il lavoratore indifeso dinanzi al padrone ancor più di quanto non lo sia oggi. Una posizione degna di chi ragiona non con la consapevolezza di uno scontro fra le classi sociali che oggi è sempre più evidente, ma con l’idea ingannevole dei “cittadini”, nella quale rientrano entrambi il lavoratore e il padrone, tanto uguali sotto l’aspetto formale quanto ineguali nella sostanza che vede il lavoratore indifeso dinanzi all’enorme potere economico, sociale e contrattuale del datore di lavoro, che può contare anche su una politica espressione della sua classe sociale.

Il Movimento 5 Stelle, tuonando contro ogni forma di organizzazione della lotta politica ed economica (cioè non contro i partiti borghesi e i sindacati collaborazionisti, ma contro il partito e il sindacato in sé), si assume una pesante responsabilità, che cresce assieme al suo prestigio e al consenso che esso raccoglie fra i ceti popolari, perché vende ai lavoratori l’illusione che il cambiamento possa giungere semplicemente votando e grazie alla “onestà” dei “nuovi” politici, senza alcuna rottura con questo sistema e dunque senza alcuna necessità di organizzazione. Un’illusione di cui oggi in tanti sono vittima, che cadrà come un castello di carte dinanzi all’evidenza dei fatti, rischiando però di tramutarsi in un rassegnazione. Cosa farebbe un governo del M5S dinanzi alle aziende che delocalizzano la produzione all’estero licenziando migliaia di lavoratori, senza una rottura con la UE che si fonda sulla libera circolazione dei capitali? In che modo il M5S pensa che i lavoratori possano difendersi a titolo individuale in quanto “cittadini”?

Se «l’epoca della rappresentanza è finita», lo è nel senso che c’è bisogno di un reale protagonismo dei lavoratori, ma questo protagonismo non può che svilupparsi nel solco di un rilancio della lotta politica, ideologica ed economica dei lavoratori; lotta i cui strumenti fondamentali sono il Partito e il sindacato della classe operaia. La risposta all’arretratezza e al tradimento dei sindacati collaborazionisti non sta nel rifiuto del sindacato, ma nella lotta per la costruzione di un vero sindacato di classe. La risposta al ricatto dei padroni non sta nell’accettazione delle politiche filo-padronali, ma nella lotta politica contro gli interessi delle grandi aziende, di cui il nostro governo e la UE sono espressione, contro un sistema che si fonda sullo sfruttamento dei lavoratori nel nome del profitto di pochi.

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