Il conflitto di classe vero o la rappresentazione di un finto conflitto.

TOPSHOTS Members of the Communist Party-affiliated trade union PAME shout slogans during a demonstration against the fresh austerity measures, in Athens on July 22, 2015. Prime Minister Alexis Tsipras faced a new test of his authority in parliament on July 22, where MPs were to vote on a second batch of reforms to help unlock a bailout for Greece's stricken economy. The embattled premier last week faced a revolt by a fifth of the lawmakers in his radical-left Syriza party over changes to taxes, pensions and labour rules demanded by EU-IMF creditors. AFP PHOTO / ANGELOS TZORTZINIS

 di Franco Specchio*

Possiamo senz’altro prevedere che i prossimi mesi saranno forieri di importanti tensioni in tutti i settori sociali. L’incapacità del sistema politico-istituzionale italiano di dare risposte stabili e minimamente credibili ai diktat imposti da U.E., B.C.E. e dal F.M.I. da una parte, ma soprattutto le tensioni accumulate dal tentativo di governo-padroni-sindacati/collaborazionisti di occultare o almeno dilazionare gli effetti concreti delle loro politiche scellerate dall’altra, stanno producendo i primi significativi sommovimenti nel corpo sociale del Paese. Ciò accade, ovviamente, in primo luogo nel mondo del lavoro, con l’esplodere o, più spesso, con il chiudere negativamente una serie di vertenze occupazionali, che riguardano migliaia e migliaia di lavoratori.

Gli esempi di ALMAVIVA e dell’ALITALIA sono i più emblematici, ma centinaia sono, in tutt’Italia, i casi di chiusure effettive di aziende manifatturiere o di produzioni immateriali e di servizi, cui si aggiungono processi che inducono i cosiddetti e famigerati “esuberi strutturali”, che altro non sono che licenziamenti di massa, talvolta graduati nel tempo, ma comunque certi. Segnali di una tale situazione sono stati lanciati nel ripetersi nelle ultime settimane di appuntamenti cui i sindacati collaborazionisti cgil-cisl-uil-ugl-falsi sindacati di base hanno chiamato i lavoratori, ma tutti sostanzialmente a “babbo morto”.

Come si possono e devono porre il movimento operaio ed il Partito Comunista rispetto a ciò, tenendo conto che è ormai in atto un processo vero ed immanente di costruzione del Sindacato di Classe? Partiamo intanto da come si pongono gli opportunisti, ma anche i movimentisti, tra cui spiccano i trotskisti e gli anarchici, quelli ufficiali o quelli occulti. Nella più coerente tradizione di questi signori, la tattica privilegiata è quella cosiddetta entrista, quella cioè che privilegia lo star dentro le organizzazioni para-padronali per poter far finta di portare linee, piattaforme, momenti di lotta altri rispetto a ciò che rappresentano e concretamente sono oggi i sindacati collaborazionisti. Ciò implica, per loro, nella loro testa, ma non nella realtà, il giudizio che tali organizzazioni siano, se non riformabili, per lo meno permeabili agli interessi della classe e alla loro difesa. Le loro ridicole posizioni recitano: lì si può operare dentro le contraddizioni (in seno al popolo ? … NO di certo), ma da lì si possono trovare spazi organizzativi e risorse non altrimenti rintracciabili. Se tali considerazione possono essere ammantabili di buon senso (piccolo borghese) in situazioni di pura regressione, in presenza di un processo reale di organizzazione del conflitto di classe diventano puramente criminali. E’ sbagliato accodarsi a quegli stessi attori che hanno portato la classe a quelle catastrofi; sarebbe un ennesimo atto di subalternità, che tenta di sostituire il conflitto reale con quello esteticamente rappresentato.

Non vogliamo avere nulla a che fare con chi ha mollato e tradito, anche perché oggi sarebbe solo suicida. Ben venga, per altro, il suicidio delle non-forze della varie coalizioni sociali. Bene fanno, invece, quelle organizzazioni del sindacato di classe e conflittuale che, pur rifiutando una logica settaria da “duri e puri”, non accettano di utilizzare tatticamente la piazza. Infatti SGB e CUB organizzano in prima persona e su una giusta linea il conflitto di classe, partendo dai livelli alti di tale conflitto, organizzando ed aggregando ogni singola fabbrica, ogni rete di produzione e trasmissione, ogni luogo di lavoro, sedimentando e selezionando così quadri non solo combattivi, ma anche preparati e coerenti. In questa fase diventa fondamentale, come scelta e come discrimine sostanziale, il rifiuto attivo e praticato degli accordi capestro sulla rappresentanza, dal Testo Unico slla Rappresentanza a quello del 4 aprile nel pubblico impiego, che invece altri sindacati, che pure purtroppo insistono ad autodefinirsi di base, non solo hanno sottoscritto, ma che oggi sfacciatamente pretendono di applicare, contro gli operai, contro i loro interessi materiali, contro le loro lotte, contro il loro stesso diritto di sciopero.

Nelle piazze è bene manifestare la propria autonomia, la propria indipendenza. È quindi si può stare solo in aperta contrapposizione ai sindacati concertativi e alle loro fotocopie, con volantini limpidamente opposti per contenuti, proposte e iniziative di lotta agli intenti padronali e ai tradimenti dei collaborazionisti di mestiere, facendo chiarezza su ogni aspetto ingannevole e senza sconti per nessuno. Solo così, senza offrire alibi alcuno al nemico di classe, neppure implicito, neppure d’immagine, possono partecipare i Comunisti, lavoratori tra i lavoratori, per liberare i lavoratori dal loro giogo e non per vederli affogare nelle false promesse, nelle ingannevoli illusioni e nelle relative, immancabili frustrazioni. Andiamo, dunque, avanti nelle costruzione del Partito Comunista nella e per la classe operaia, a fianco ai compagni che stanno intanto costruendo il Sindacato di Classe nel nostro Paese.

*Responsabile lavoro del Partito Comunista

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