Dalle presidenziali in Austria nuove trappole per i popoli

*di Salvatore Vicario

Contemporaneamente al Referendum costituzionale in Italia, si è svolto in Austria la ripetizione del secondo turno delle elezioni presidenziali che ha visto la vittoria del candidato dei Verdi, Alexander van der Belen che ha ottenuto 2.47 milioni di voti pari al 53.8%, contro il candidato dell’estrema destra Norbert Hofer, del Partito della Libertà, che ha raccolto 2.12 milioni di voti pari al 46.2%.

Le presidenziali nella piccola Repubblica austriaca hanno ricevuto la grande attenzione dell’opinione pubblica in tutta Europa per la possibilità dell’elezione del “primo presidente di estrema destra” in Europa. In questo senso, i media del nostro paese e i rappresentanti del governo dimissionario di Renzi, hanno presentato la vittoria dell’europeista Van der Belen come un “sospiro di sollievo” per l’UE, contrapponendola al trionfo del NO al referendum costituzionale in una sorta di rivalsa. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ha commentato infatti la vittoria di Van der Bellen come «una bella notizia per l’Europa» a cui ha fatto eco la presidente della Camera, Laura Boldrini che ha dichiarato: «Si è presentato agli elettori con un programma inclusivo ed europeista. E ha vinto. Complimenti a Van der Bellen». Dello stesso tenore molti altri messaggi e commenti a livello europeo che hanno accolto con entusiasmo il risultato austriaco, come Sigmar Gabriel, vice cancelliere e ministro dell’Economia tedesco, che esulta affermando che si tratta di «una vittoria chiara contro il populismo di destra» e «un sollievo per tutta l’Europa», mentre il primo ministro francese, Manuel Valls, sottolinea come «il populismo non è inevitabile per l’Europa» e Martin Schulz, presidente del Parlamento europeo, che parla di «una sconfitta pesante per il nazionalismo ed il populismo retrogrado ed antieuropeo», così come anche il primo ministro greco, A. Tsipras che parla di vittoria «delle forze progressiste contro il populismo» e il tedesco Manfred Weber, capogruppo del PPE (Partito Popolare Europeo, di cui fa parte Forza Italia), secondo cui «gli austriaci inviano un chiaro segnale pro-europeo. Il partito dei populisti di destra in Europa fallisce». Infine, anche il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, ha salutato il risultato come «a favore dell’unità dell’UE».

Insomma tutti coloro che schiacciano i lavoratori nei paesi europei salutano positivamente la vittoria di Van der Belen come antidoto al disastro e al baratro che contestualmente alimentano.

Come sempre più spesso accade, le elezioni che si susseguono in Europa divengono dei referendum de facto sull’Unione Europea e l’attuale assetto della dominazione borghese, alla luce della perdurante crisi del capitalismo e contraddizioni inter-imperialiste. Subito dopo l’annuncio dei primi dati che davano la sua vittoria per certa, Van der Bellen ha dichiarato di volere un’«Austria europeista e impegnata per i vecchi valori di libertà, uguaglianza e solidarietà» su cui ha caratterizzato tutta la campagna elettorale, augurandosi allo stesso tempo anche che Matteo Renzi vincesse il referendum in Italia che si teneva nelle stesse ore. Lo schema politico europeo viene così definito nell’opinione pubblica sempre più all’interno della falsa dicotomia tra “europeisti” e “euroscettici”, quest’ultimi rappresentati in Austria con Norbert Hofer, supportato dalla corrente politica che in Europa va dalla Le Pen a Salvini, passando per Farage (pur con differenti caratteristiche proprie) che spargendo il veleno della xenofobia e del razzismo promuovono una diversa gestione della stessa barbarie capitalista, dimostrando come il capitale abbia creato varie alternative riuscendo a manipolare le masse col supporto dei media.

Anche nel caso di Hofer, la questione dell’immigrazione è stato il cavallo di battaglia insieme ad una diversificazione dell’UE, attaccata violentemente a parole, ma senza che a questo corrisponda la questione dell’uscita da essa. Processi simili esistono anche in Germania, Francia, Paesi Bassi, Gran Bretagna, Ungheria ecc… così come nel nostro paese con i partiti, in particolare, di Fratelli d’Italia e Lega Nord. Questo si associa alla crisi dei tradizionali partiti di governo, che in Austria sono il Partito Popolare Austriaco (ÖVP) e il Partito Socialdemocratico d’Austria (SPÖ), – che attualmente formano la coalizione di governo – che sono stati spazzati via fin dal primo turno per la prima volta nella storia delle presidenziali del paese ottenendo solo l’11% dei voti a testa.

Il Partito del Lavoro d’Austria (PdA), membro della Iniziativa Comunista Europea, fin dal primo turno ha evidenziato che i vari candidati alla Presidenza non erano altro che «rappresentanti della classe dominante e della struttura del potere monopolistico in Austria, dell’élite politica e economica, dell’imperialismo e del capitalismo. Tutti sono per la stabilità dello sfruttamento e l’oppressione della classe operaia, per la politica antipopolare e mortale dello Stato austriaco e dell’Unione Europea, per il primato della massimizzazione del profitto a favore di banche e imprese, i ricchi e super ricchi, e per l’esclusione sociale, la precarietà e la soppressione dei settori più vulnerabili della società. Non vi è nessun candidato che possa esser assunto come progressista e orientato alle esigenze popolari», confermando questa valutazione anche al ballottaggio del 4 dicembre pur sottolineando l’importanza della non vittoria di Hofer.

Le elezioni austriache ci permettono quindi di concentrare l’attenzione sull’inganno e la manipolazione delle masse che l’oligarchia finanziaria, con i suoi partiti e col supporto dei media, sta attuando nel tentativo di superare la crisi economica in cui è attanagliato il capitalismo monopolistico, che si riflette anche in una crisi politica, nel decadimento dei tradizionali partiti di gestione dell’ordine capitalistico (socialdemocratici, conservatori, liberali) e la scomposizione del quadro politico con la nascita di nuove forze apparentemente “anti-sistema” nelle varianti di “sinistra” come Podemos in Spagna e SYRIZA in Grecia – che sostituiscono quei partiti socialdemocratici direttamente coinvolti e compromessi nel processo di integrazione europea – o come il M5S in Italia e l’impetuosa crescita più recente di forze di “destra” (o apertamente fasciste) da Alba Dorata in Grecia, alla Lega Nord in Italia, al Front National in Francia ecc. compreso il Partito della Libertà (FPÖ) in Austria che compiono in realtà nel complesso un ruolo funzionale ad intrappolare tra paure, illusioni e inganni la rabbia e il malcontento che attraversa ampi settori della società, dalla classe operaia ai ceti medi impoveriti in particolare, indirizzandola su falsi obiettivi interni alla conservazione e perpetuazione del potere dell’oligarchia finanziaria e la gestione del capitalismo.

Questo si esprime soprattutto in relazione all’opposizione popolare diffusa verso l’UE, le sue politiche e istituzioni che non acquisendo ancora un orientamento di classe, anticapitalista e antimonopolista, viene dirottata e intrappolata in forze della “nuova socialdemocrazia” o (sempre più) nazionaliste e razziste, o propriamente fasciste in un fronte che viene denominato come “euroscettico” che in realtà non mette in discussione l’origine e la natura della politica antipopolare né tantomeno critica l’intensificazione dello sfruttamento capitalista, di cui l’UE è espressione, e avanzano proposte nel quadro del capitalismo di riforma della zona euro e l’Unione Europea sotto le più disparate parole d’ordini che vanno dall’Europa dei Popoli a quella delle Nazioni, così come la sola uscita dall’euro, prospettive che servono in realtà esclusivamente gli interessi particolari di settori del capitale per rafforzarne la loro competitività proponendo anche altre forme di alleanze imperialiste alternative all’attuale UE. Tutto questo è il riflesso delle difficoltà della ripresa capitalista impantanata in una crisi strutturale e nelle sue contraddizioni dove, se da un lato le borghesie si trovano unanimemente d’accordo sull’oppressione della classe operaia e dei settori popolari cui l’UE è funzionale, dall’altro si acuisce sempre di più la competizione per quale settore della borghesia primeggerà, perderà meno o trarrà maggior profitto, sulla base dei rapporti ineguali di sviluppo tra i diversi Stati e borghesie (anche al loro interno) che formano l’unione interstatale imperialista europea. Questa è la base su cui si sviluppano i disaccordi politici tra le forze borghesi o falsamente popolari.

Nonostante le cosiddette “forze europeiste”, “democratiche”, “progressiste” ecc…, abbiano esultato ed espresso sollievo per la vittoria di “sinistra” di Van der Bellen in Austria e lo scampato pericolo del “primo capo di Stato di estrema destra”, la realtà è che questa vittoria ottenuta con “l’unità” anti-Hofer di tutte le forze politiche tradizionali – quindi col sostegno dei socialdemocratici in particolare e in parte dei conservatori (che allo stesso tempo governano in alcune regioni proprio con il FPÖ) – non ha nulla a che fare con gli interessi della classe lavoratrice e i settori popolari austriaci colpiti dalla crisi. A dimostrazione di ciò, vi è il sostegno ricevuto da Van der Bellen da parte di importanti rappresentati del capitale, dal Presidente dell’Associazione degli Industriali, Georg Kapsh, al capo del più grande gruppo di costruzioni Strabag, Hans-Peter Haselsteiner, al potente uomo d’affari Hannes Androsch, ecc. Come evidenzia il PdA, Van der Bellen è un politico distaccato che ignora «le condizioni di vita reali dei lavoratori e delle fasce più povere, che vedono poche prospettive sociali o di cadere ancora più in basso, lasciandoli in gran parte alla demagogia sociale dell’estrema destra che si presenta come “anti-sistema”» in un paese dove mezzo milioni di proletari è senza lavoro (l’8.6% della popolazione attiva), circa un milione vive sotto la soglia di povertà, dove crescono le diseguaglianze e anche le difficoltà abitative, dove decine di migliaia di giovani non lavorano e non studiano e centinaia di migliaia di pensionati vivono nella povertà dopo una vita di duro lavoro, nel quale i piccoli e medi settori produttivi non reggono la competizione internazionale e dove si inserisce la questione dei rifugiati e migranti che negli ultimi anni sono arrivati in Austria per sfuggire alle guerre imperialiste e la barbarie capitalista nei loro paesi d’origine.

Van der Bellen con la retorica “democratica”, “progressista” e “solidale”, parlando di politiche più sociali, non rappresenta altro che quei settori del capitalismo austriaco che nel quadro dell’internazionalizzazione dei capitali riescono a competere e far profitti, un «apologeta borghese dell’UE dei monopoli e delle grandi imprese green» – come lo definisce il PdA – mentre il tenore di vita della stragrande maggioranza della popolazione austriaca è diminuito in modo significativo negli ultimi dieci anni e la ricchezza nelle mani di pochi è aumentata in maniera oscena “grazie” alle “politiche europee” funzionali al grande capitale industriale e finanziario; è in questo contesto che si alimenta il FPÖ, in crescita nonostante la sconfitta alle presidenziali, che indicando gli “stranieri” come colpa di tutto e cavalcando la competizione tra lavoratori, li dividono in base a paese d’origine e religione trascinandoli alla coda di settori capitalistici e del punto di vista (altrettanto antioperaio) di quei settori economici più in difficoltà nella competizione internazionale. Quindi, mentre esultano, i fautori della cosiddetta “stabilità europea” preparano il terreno all’alternativa ancor più reazionaria del capitale, qualora ne avesse di bisogno, alimentandosi a vicenda e ingannando i popoli.

Il fatto che l’europeista Van der Bellen abbia raccolto più voti rispetto al candidato dell’estrema destra – checché ne dicano i nostri governanti – non cancella il dato politico più rilevante del sempre più evidente rifiuto da parte delle masse lavoratrici e popolari dell’Unione Europea e del quadro politico attuale (che si manifesta con livelli e caratteristiche diverse di paese in paese) senza riflettersi però in un’alternativa sulla base dei loro interessi. Questo è il terreno su cui devono muoversi i comunisti per aprire spazi di rottura nelle contraddizioni attuali, organizzando la lotta dei lavoratori per i loro diritti contemporanei, unendo intorno ad essi i settori popolari alleati, i ceti medi impoveriti, in una direzione anticapitalista-antimonopolista, aprendo la strada per il rovesciamento del potere borghese e l’uscita dalla UE e dalla NATO con il potere operaio e popolare. Solo in questa prospettiva, liberandoci degli interessi borghesi sotto qualunque veste, si trova la soluzione a favore della classe operaia e del popolo contro la crescita dell’”estrema destra” e non certo in alchimie elettorali-parlamentari nel campo delle vecchie e nuove forze socialdemocratiche che amministrano la dittatura dei monopoli nel quadro dell’UE e della NATO.

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