Referendum, vittoria del No tra lavoratori e giovani.

L'interno dell'edificio di Castelnuovo di Porto dove i scrutinatori hanno iniziato lo spoglio sul Referendum costituzionale 4 dicembre 2016 a Roma ANSA/MASSIMO PERCOSSI

L’ondata del voto popolare travolge il governo Renzi e la sua proposta di modifica costituzionale. A fine scrutinio il No risulta maggioranza con il 59,1% dei voti, a fronte del 40,9% del Sì. Il No vince in tutte le regioni italiane ad eccezione di Emilia Romagna, Toscana e provincia autonoma di Bolzano, risultano largamente maggioritario al sud. Non servono grandi analisi del voto: un referendum che si è polarizzato sulla figura del presidente del consiglio e sul governo a guida PD, che ha visto i settori popolari votare in massa no.

Se si sovrappone la cartina del reddito medio per abitante in ciascuna provincia a quella dell’esito del referendum sono mappe quasi perfettamente sovrapponibili. Nelle grandi città la differenza di classe si misura tra quartieri del centro e delle periferie. A Roma ancora una volta Renzi vince solo nei quartieri del centro della città, mentre è sconfitto nelle periferie. I compagni dai seggi parlano di percentuali che in alcuni casi inchiodano il Sì a quote di poco superiori al 10% nei seggi dell’estrema periferia romana. Il No supera il 70% a Napoli, il 72% a Palermo, si attesta al 62% a Milano e Torino, anche qui con forte differenza tra quartieri del centro e periferie e interland delle aree urbane.

Il PD perde il voto dei lavoratori che in larga maggioranza hanno votato No, resistendo anche alle forti pressioni padronali che si sono registrate nelle aziende. Resistendo anche alle sirene di accordi farsa dell’ultima ora che promettevano aumenti salariali solo sulla carta e registravano la complicità delle sigle sindacali confederali. Renzi è sconfitto anche dal voto giovanile. Pesa la condizione delle nuove generazioni, la precarietà sul lavoro e la disoccupazione, il costo dei servizi sociali e in generale il prezzo pagato dai giovani per la crisi. Un sentore che era già diffuso, che smentisce la narrazione di un governo attento e rivolto alle nuove generazioni. Secondo le prime stime il no tra i giovani nella fascia d’età 18-24 anni si attesterebbe tra il 70 e l’80%. Il Fronte della Gioventù Comunista ha definito questo voto indice di «un rifiuto netto per un governo ed un sistema di potere che hanno colpito duramente le condizioni di vita della gioventù proletaria in Italia, con riforme come Jobs Act e Buona Scuola».

Un voto che nelle sue inevitabili contraddizioni e nel peso non trascurabile delle forze di destra e dei cinque stelle, esprime in ogni caso un segnale molto forte. Le classi popolari battono un colpo, che si inserisce in un ormai largo risentimento popolare verso le politiche della UE e dei governi che la sostengono. Resta ancora una volta il problema di chi intercetterà questo sentimento, in assenza di una forza riconosciuta e presente in grado di cogliere fin da ora i frutti di questo malcontento ed indirizzarli verso la prospettive di un cambiamento di sistema. Una questione colta dal comunicato odierno del PC.

Il Partito Comunista con un comunicato ha parlato di «un segnale largamente positivo» sostenendo ma precisando che «la strada che abbiamo davanti è tutta in salita». Secondo l’UP del Partito «L’esito del referendum di per sé non cambia l’assetto politico istituzionale del Paese. Vige oggi in Italia una Costituzione che ha in sé le modifiche peggiorative del pareggio di bilancio e del titolo V introdotto con la modifica costituzionale del 2001, che questo referendum non ha cancellato. Siamo in una condizione in cui i rapporti di forza continuano ad essere assolutamente sfavorevoli per la classe operaia e le masse popolari. Anche le norme più progressive inserite nella costituzione del ’48 ed oggi ancora in vigore non hanno impedito negli anni lo schiacciamento dei diritti dei lavoratori, una diffusa ineguaglianza economica e sociale, la partecipazione dell’Italia a guerre, e così via. Tutto ciò chiama i comunisti ad un lavoro più serrato ed incisivo.»

Il PD vince il referendum solo in alcune province dell’Emilia Romagna (nel complesso finisce con un testa a testa 50,2% contro 49,8%) e in alcune zone della Toscana, fatta salva la situazione di Bolzano dove a spingere il voto a favore sono gli accordi con le forze sudtirolesi. In queste regioni, sebbene in sfaldamento, il voto fideistico verso la continuità del partito e della tradizione storica, si somma al sistema delle relazioni clientelari e di potere del partito di governo. Ma si tratta di poco più che una riserva indiana. Ovunque il voto segna un vantaggio netto per il No, che scalza ogni paura e terrorismo mediatico diffuso da agenzie di rating e istituti finanziari nei giorni precedenti. L’esito del referendum non cambia l’Italia, ma da uno schiaffo chiaro a chi fino ad oggi l’ha governata.

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