Il referendum in Ungheria e l’antieuropeismo di facciata

di Daniele Bergamini

Nella giornata del 2 ottobre i cittadini ungheresi sono stati chiamati ad esprimersi sulle “quote migranti” proposte dall’Unione Europea. Il quesito referendario era il seguente : «Volete che l’Ue possa prescrivere l’insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi anche senza il consenso del Parlamento ungherese?» A rispondere “no” è stato il 98% dei votanti, a fronte però di una scarsa affluenza che supera a malapena il 40% degli aventi diritto al voto, rendendo il referendum non valido. Le opposizioni al governo Orban hanno espresso indicazioni di voto differenti: il No era appoggiato dal partito nazionalista “Jobbik” e dai comunisti del Partito Operaio Ungherese (la cui posizione non è in nessun modo assimilabile a quella della destra); il Sì era sostenuto dai liberali, mentre il centro-sinistra ha spinto per l’astensione con l’obiettivo (riuscito) di far fallire il referendum.

I media europei hanno descritto l’esito del voto come una sconfitta del governo Orban, promotore principale del referendum, senza però interrogarsi sui motivi di un’astensione così elevata, che è un evidente sintomo di disaffezione delle masse alla politica borghese. Il governo Orban ha sempre espresso dichiarazioni roboanti contro gli immigrati e l’Unione Europea, ma in realtà non si è mai impegnato per una vera rottura con la UE, né ha mosso un dito contro la NATO e le sue missioni all’estero che producono morte, miseria e migliaia di profughi disperati che per questo bussano alle porte dell’Europa.

Viktor Orban sostenne la missione NATO in Jugoslavia, fu fautore dell’entrata dell’Ungheria nella UE ed è in definitiva corresponsabile della grave situazione a cui oggi finge di opporsi. L’opposizione di centrosinistra, d’altra parte, si fa portavoce dell’integrazione europea e dell’accoglienza “caritatevole” senza dire una parola in merito alle cause reali del massiccio flusso migratorio dai Balcani all’Ungheria. I neonazisti di “Jobbik” sono la falsa opposizione al governo di destra di Fidesz (il partito di Orban, membro del Partito Popolare Europeo anche se particolarmente radicale); la principale differenza fra i due partiti è il maggiore interventismo economico di Jobbik, ma le posizioni su immigrazione ed Unione Europea sono simili. Il partito Jobbik alla stessa maniera della sinistra “radicale” promuove la riformabilità dell’Eurozona[1], e porta avanti un anticomunismo revanscista alla stessa maniera del governo cui si oppone. Del resto tutti i partiti dell’establishment ungherese hanno sostenuto la controrivoluzione del 1989 e la restaurazione del capitalismo in Ungheria.

Il Partito Operaio Ungherese, ossia il “Munkaspart”, ha votato No al referendum opponendosi all’ingerenza della UE nella politica ungherese. Una posizione da non confondere con la visione xenofoba dell’estrema destra, ma che prende le mosse da una considerazione: il problema dell’immigrazione in Europa non può essere risolto semplicemente con una “redistribuzione” dei profughi nei vari paesi attraverso un sistema di quote, se poi non si mette in discussione il coinvolgimento della UE e dei paesi NATO nelle guerre, come quella in Siria, orchestrate per la destabilizzazione in Medio Oriente, da cui i profughi che scelgono la “rotta balcanica” stanno fuggendo. Il referendum promosso dalla destra in Ungheria (che solo in parte può essere definito una sconfitta per Orban) è indubbiamente parte di un braccio di ferro fra l’Ungheria e la UE, che resta tuttavia funzionale a una semplice rinegoziazione nel quadro della compatibilità con la UE e la NATO. Un antieuropeismo di facciata di una destra che fa la voce grossa utilizzando in modo strumentale la polemica sull’immigrazione, ma che resta assolutamente compromessa con le politiche imperialiste che spingono milioni di persone a fuggire dalla guerra e dalla miseria generate da questo sistema.

[1] http://www.lettera43.it/esclusive/ungheria-colloquio-con-lo-jobbik-su-migranti-e-islam_43675261983.htm

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