Accogliere o aiutarli a casa loro? Le false soluzioni alla crisi immigrazione.

Asylum seekers, part of the some 350 Africans who arrived 14 and 15 June 2003 on the island of Lampedusa wait to betransferred by police to Agrigento, Lampedusa main city,16 June 2003. The xenophobic leader of Italy's Northern League and cabinet minister Umberto bossi suggested today using cannons to combat the growing problem of immigration, as the government prepares to implement more restrictive asylum policies. AFP PHOTO/ANSA/FRANCO LANNINO

*di Paolo Spena

In questi giorni, in seguito ai nuovi sbarchi in Sicilia e Calabria, si torna a parlare dell’immigrazione e della sostenibilità delle politiche di accoglienza. Sono oltre 13mila le persone soccorse solo negli ultimi giorni; 145mila quelle ospitate sul territorio italiano (di cui 111mila alloggiata nelle strutture temporanee). Nulla a che vedere con una “invasione” organizzata, un progetto di “pulizia etnica” e altre idiozie che la Lega Nord di Salvini racconta per racimolare voti. Ma certo la drammaticità degli eventi è sotto gli occhi di tutti, tant’è che persino la Germania inizia a mostrare aperture verso una maggiore cooperazione fra i paesi europei in merito alle politiche di accoglienza.

A sinistra è abbastanza diffusa l’idea che il problema dell’immigrazione sia semplicemente un problema di mancata cooperazione a livello europeo, che possa essere di per sé risolto con sistemi di redistribuzione dell’onere dell’accoglienza fra i paesi della UE, attraverso sistemi di quote assegnate ad ogni paese o simili. È indubbiamente vero che in questi anni, mentre i paesi del nord Europa hanno potuto gestire con più facilità il problema dell’immigrazione, i paesi mediterranei hanno fronteggiato una situazione ben oltre la loro portata, con una forte esplosione del conflitto sociale. In questi paesi, fra cui l’Italia, oggi avanza una guerra fra poveri che sotto la facciata della xenofobia e dell’intolleranza cela lo shock economico dell’ingresso di milioni di disperati disposti a lavorare a ogni condizione, funzionali per l’abbassamento del costo della forza-lavoro.

Nel grande calderone della retorica degli immigrati “privilegiati” rispetto agli italiani si tende a far coincidere due elementi che in realtà sono molto diversi fra loro. Da una parte c’è, come già detto, l’utilizzo strumentale dell’immigrazione da parte dei padroni per livellare al ribasso diritti e salari, che rende questo tipo di manodopera un elemento “strutturale” dell’economia. Accanto a questo dato strutturale, però, c’è l’elemento “emergenziale” rappresentato dagli sbarchi di massa, dai problemi logistici che gli Stati come l’Italia devono affrontare dinanzi a situazioni come questa. Quello che nessuno si chiede è a chi gioverebbe una politica europea di redistribuzione dei migranti. La risposta è che, dal punto di vista dei padroni, gioverebbe più o meno a tutti: i paesi come l’Italia avrebbero boccate d’ossigeno non dovendo più fronteggiare da soli l’emergenza (e il governo ne guadagna in termini di consenso, garantendo in cambio la fedeltà ai dettami europei); in altri paesi i padroni avrebbero migliaia di nuovi lavoratori da sfruttare per i propri profitti.

La verità è che sull’immigrazione non è possibile spacciare per soluzione quella che è semplicemente una migliore gestione del problema. Gli uomini migrano perché scappano dalla guerra e dalla miseria, entrambe tutt’altro che scontate e spesso causate dagli interessi che il grande capitale persegue nei loro paesi. Sembra un discorso scontato e astratto, ma in realtà è di assoluta concretezza. Le guerre civili in Siria e Libia sono state scatenate dalla competizione fra i grandi monopoli dell’energia e degli idrocarburi, tramite il coinvolgimento diretto (e ormai dichiarato) dei servizi segreti di paesi come USA e Francia, che pur di rovesciare i governi di quei paesi non si sono fatti scrupoli nel sostenere le forze più estremiste e il terrorismo islamico, mentre la Russia interviene nell’interesse dei propri monopoli. Specialmente in Libia l’Italia ha dei forti interessi al punto da valutare un intervento militare (in parte già in atto con reparti delle forze speciali). Ancora oggi l’Italia fa affari con paesi come l’Arabia Saudita (fra i principali finanziatori dell’ISIS), che dall’Italia compra tonnellate di armi.

Un altro dato interessante è che la maggior parte degli immigrati che sbarcano in Italia, circa il 25% (uno su quattro), è di origine nigeriana. La Nigeria è la prima economia africana ed è fra i primi 30 paesi al mondo per PIL nominale, essendo un paese ricco di risorse (in particolare di petrolio). Questo l’ha resa una preda privilegiata per le grandi multinazionali, che depredano questo paese inserendosi in un contesto sociale fatto di corruzione e violenza, nel quale proliferano bande armate e terroristi (come Boko Haram, alleati dell’ISIS), il tutto mentre i governi nigeriani svendono le ricchezze del paese per pochi spiccioli, lasciando la popolazione nella miseria. A chi si chiede cosa c’entra l’Italia in tutto questo, andrebbe ricordato che l’ENI opera in Nigeria dagli anni ’60.

È dinanzi a questa realtà che emerge l’ipocrisia di una destra che in casa propria alimenta il peggiore razzismo, mentre parla di “aiutare i migranti a casa loro”. Una posizione che sarebbe pienamente condivisibile, se solo la si declinasse in modo coerente invece di ridurla a slogan. Aiutarli a casa loro per davvero significherebbe innanzitutto cessare ogni forma di coinvolgimento dell’Italia nella competizione imperialistica, nella destabilizzazione di interi paesi funzionale alla spartizione delle risorse fra i monopoli. Significherebbe combattere concretamente il predominio delle multinazionali che oggi tirano i fili delle politiche di interi Stati, e sostenere i paesi e le forze che scelgono di lottare contro questa ingiustizia. Significherebbe punire severamente chi fa affari con paesi criminali come l’Arabia Saudita, sponsor del terrorismo in gran parte del Medio Oriente (e non vale l’argomento, usato da Renzi, per cui “anche se lo Stato non fa affari con certi paesi, gli imprenditori privati possono”). E ancora, significherebbe promuovere e sostenere realmente lo sviluppo dei paesi africani e mediorientali, combattendo lo scambio ineguale e la depredazione delle risorse, rompendo con la logica neocoloniale degli aiuti economici finalizzati a ridurre interi paesi alle dipendenze di altri. Alla destra che parla di “aiutarli a casa loro” andrebbe ricordato il suo coinvolgimento in ogni intervento imperialista, e il suo legame a doppio filo con settori del grande capitale responsabili di tutto questo.

I comunisti non sostengono affatto l’immigrazione sregolata e illimitata, tantomeno sposano la visione “romantica” del Migrante (scritto volutamente in maiuscolo) che gira il mondo sognando un futuro migliore, frutto di un cosmopolitismo borghese che nulla ha a che vedere con l’internazionalismo dei lavoratori. I comunisti non riducono tutto alla pur importante questione umanitaria, ma lottano contro le cause che spingono migliaia di persone ad abbandonare la propria terra e a rischiare la vita nel tentativo disperato di fuggire da un futuro di povertà. Questo significa lottare contro l’imperialismo che trascina interi popoli nel baratro della guerra e della miseria nel nome del profitto di un pugno di persone. Una lotta per un futuro migliore che deve vederci uniti, italiani e immigrati, contro i padroni che hanno tutto da guadagnare tanto dalla guerra fra poveri che la destra cerca di scatenare, quanto dalle politiche di accoglienza proposte dalla sinistra.

 

 

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1 Comment

  1. Compagni, vorrei spiegarvi ( in Africa ci ho vissuto anni, il mio compagno e’ africano) che chi riesce a pagare migliaia di $ i trafficanti, non appartiene al proletariato urbano, o a quello contadino.Perlopiu’ sono giovani, mandati come ‘investimento’ in Europa, da gruppi familiari che comunque possiedono dei beni. Di certo chi sopravvive a stento, saltando I pasti, non possedendo nulla, pagato una miseria o non pagato per mesi, ha problemi pure col ticket del bus. Credo che una maggiore documentazione sulla realta’ socioeconomica dei paesi africani sarebbe utile. Le analisi potrebbero basarsi su dati oggettivi. Ci sono partiti, o movimenti di ispirazione comunista li’.Che andrebbero supportati.

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